Creed – Nato per combattere è un gran film che fa a pugni con sé stesso
Creed – Nato per combattere è una fantastica rinascita per il franchise, ma anche una lotta costante tra passato e futuro
In attesa dell’uscita di Creed 3, il primo film della saga di Rocky Balboa senza Sylvester Stallone, facciamo un ripasso dell’intero franchise. Siamo quasi alla fine: oggi è il turno di Creed
Non staremo qui a entrare in complicati discorsi sui diritti della saga e su chi controlla davvero il nome di Rocky Balboa oggi. Ci limitiamo a constatare che Creed nasce come spin-off della saga principale, con la scrittura e regia del quale Stallone non ha voluto avere niente a che fare, spiegando nientemeno che da Ellen DeGeneres come il fatto che siano passati quarant’anni dall’uscita del primo film sia per lui un ostacolo: c’è una nuova generazione in giro, dice, che vuole e ama cose diverse da quelle che funzionavano quando avevo la loro età, ed è quindi giusto che a scrivere per loro sia qualcun altro, più vicino anagraficamente.
Una dichiarazione che nel nostro mondo di franchise e cineuniversi di solito significa quello che sembra, e cioè “da qui in avanti mi tiro indietro”, e che altre volte significa invece “da qui in avanti mi tiro indietro, ma se volete faccio un lucroso cameo”. Ma stiamo parlando di Stallone e di Rocky: nonostante Ryan Coogler abbia tutta la libertà del mondo nel raccontare la storia del figlio di Apollo Creed, e nonostante Creed sia il primo film del franchise nel quale Rocky non prende parte neanche a un combattimento, è innegabile che la sua ombra sia onnipresente dietro le spalle del povero Adonis.
La figura di Stallone in un film che parla di boxe è talmente ingombrante che per lunghi minuti Creed è attraversato da una tensione sotterranea, una domanda che nessuno ha il coraggio di fare ma che suona circa come “Rocky tornerà a combattere anche questa volta?”. Adonis ripercorre le stesse strade, gli stessi gradini, insegue le stelle galline: più che un reboot con un nuovo protagonista, il film sembra un eterno ritorno, un tuffo in un futuro nostalgico, che pare un ossimoro almeno finché non vediamo Michael B. Jordan e Sylvester Stallone salire di corsa quella famosa scalinata – lì all’improvviso anche il paradosso acquista un senso.
C’è quindi da fare doppiamente i complimenti sia a Coogler sia a Jordan per come riescano comunque a tenere il punto, e a mettere in scena un film su un giovane pugile affamato in cerca di riscatto e soprattutto della sua identità. Stallone è ingombrante, ma non invadente, e Donnie è abbastanza diverso dal giovane Rocky – oltre a vivere in un mondo completamente diverso, come illustra la scena boomer friendly nella quale Stallone scribacchia una serie di esercizi su un foglio a cui Jordan fa una foto prima di restituirglielo – da dare vita a dinamiche nuove, e a una ricerca di motivazioni (uno dei passaggi fondamentali di ogni Rocky) molto diversa da quella che alimentava The Italian Stallion.
Eppure Coogler e Jordan riescono nel miracolo di non farlo risultare antipatico, forse perché lo immergono fino alla punta dei capelli nelle sue insicurezze e lo dipingono come una persona spaventata che conosce un’unica reazione ai problemi della vita: le botte. Aiuta in questo anche Tessa Thompson, un po’ relegata in secondo piano nel ruolo dell’Adriana di turno ma comunque abbastanza tridimensionale da non fare solo la figura del love interest. Rocky e Adriana erano due anime sole che si erano trovate e avevano passato la loro vita insieme a sostenersi a vicenda. Adonis e Bianca, lei soprattutto, sono più adulti nel senso di disincantati e cinici, anche individualisti volendo; il loro non è l’amore romantico e totalizzante dei vecchi Rocky ma un rapporto adulto e spigoloso (dove la vera adulta è soprattutto lei). E funziona anche la scelta di farla cantare ma di darle anche una forma di disabilità (progressiva perdita dell’udito che la porterà alla sordità, non l’ideale per una cantante), che dà una data di scadenza al suo sogno in ossequio a quanto Rocky spiega ad Adonis: che cioè il tempo è l’unico vero avversario, e l’unico che non ha mai subito una sconfitta.
Pur replicando con estrema fedeltà la formula di tutti i Rocky precedenti, e pur dovendo confrontarsi con quell’ingombrante figura paterna che è Sylvester Stallone, Creed riesce quindi a ritagliarsi il suo spazio e la sua personalità, ed esce un po’ frastornato ma integro dallo scontro con il passato del franchise. Probabilmente non c’era modo migliore di questo per far rinascere il mito di Rocky Balboa sotto altra forma.