Dick Tracy, a 30 anni dall'uscita, capolavoro o disastro?
Com'è successo che Dick Tracy, uno dei cinecomic più elaborati e con più star di sempre, sia anche diventato uno dei più dimenticabili
Ci sono film che vengono messi insieme assemblando talenti come in un unico colpo di genio, operazioni impeccabili in cui ogni tassello è frutto di una precisa strategia e ogni nome coinvolto si incastra alla perfezione con gli altri. E poi ci sono tutti gli altri, quelli in cui i copioni sono scritti e riscritti da persone diverse, in cui diversi registi vengono presi e licenziati e gli attori mollano all’ultimo per essere sostituiti dal primo che passa. Sono i film impossibili, quelli la cui lavorazione è come una navigazione in tempesta, dove rimanere in piedi è l’unica cosa che conta e la rotta la traccia il caso.
Benvenuti all’anniversario dei 30 anni dall’uscita italiana di Dick Tracy.
Se siete preoccupati per le finanze di Warren Beatty sappiate che aveva anche diritto al 15% dei profitti una volta superati i 50 milioni di incasso. E il film di milioni di dollari ne incassò 162.

L’idea venne a Beatty a metà anni ‘70 ma si concretizzò davvero dopo il successo di Superman, tanto che nella primissima versione a sceneggiarlo doveva essere Tom Mankiewicz, lo stesso che aveva scritto il film di Donner. Quindi partorito subito dopo il successo di Superman e arrivato in sala subito dopo il Batman di Tim Burton, Dick Tracy voleva essere il film più fumettoso di tutti i fumettosi, voleva superarli a destra e voleva farlo con l’estetica. Superman era stato parco da quel punto di vista, Burton aveva creato un mondo molto vicino alle immagini dei fumetti ma anche completamente suo, gotico e personale, Dick Tracy doveva essere la versione istituzionale. Beatty volle Vittorio Storaro e gli diede la più assurda delle direttive: usare solo 4 colori, il giallo, il rosso, il verde e il blu e rigorosamente tutti dello stesso tono. Niente sfumature.
L’idea ovviamente era rievocare la maniera in cui nei fumetti a basso costo non c’è gran palette di colori. Così doveva essere questo film. Sia nelle immagini che negli abiti.

Ai costumi prese Milena Canonero, costumista anch’essa italiana, da soli 15 anni nel settore e con già 4 nomination agli Oscar e due vittorie. Una il cui primo lavoro in assoluto fu Arancia meccanica e il secondo Barry Lyndon, praticamente come aver fatto il servizio militare nella Guantanamo della creatività estrema e del rigore.
Tutto doveva essere ricalcato sui fumetti, anche le inquadrature dovevano essere fisse come tavole disegnate, il trucco dei villain doveva essere eccessivo, senza limiti. Doveva essere un calco. Doveva sembrare di vedere fumetti animati. Un’idea folle il cui risultato stava a metà tra la serie cult anni ‘60 di Batman (a cui rubava inquadrature sghembe e la maniera insensata di coreografare l’azione) e un kolossal d’epoca.


Tra il 1980, anno della prima forma di preproduzione, e il 1990, anno di uscita. Il progetto passò per quasi tutti gli studios, ci misero mano ad un certo punto anche gli sceneggiatori di Top Gun (che rimangono gli unici accreditati anche se Beatty ha rimesso moltissimo mano alla storia) e la parte principale fu offerta e rifiutata a Mel Gibson, Tom Selleck, Richard Gere e Harrison Ford, a seconda di chi andava più di moda nel momento in cui il progetto era riportato in vita.
Sean Young doveva essere la spalla sentimentale ma fu molestata da Beatty e scappò. Pure il ruolo del bambino ha avuto diversi casting e rifiuti illustri! Originariamente doveva farlo Macaulay Culkin che rifiutò per fare Mamma ho perso l’aereo! E poi nel film si trovano attori come Kathy Bates nella parte di una stenografa nell’anno in cui vinse l’Oscar per Misery non deve morire, Dick Van Dyke praticamente irriconoscibile e Dustin Hoffman molto indietro rispetto ad Al Pacino. Senza contare i brani musicali scritti da Stephen Sondheim (leggenda di Broadway) e cantati da Madonna all’apice della fama. Ci sono strati e strati di contratti, soldi spesi e ruoli rivisti in questo film.

In mezzo ci sono state versioni e nomi proposti esilaranti. Walter Hill era uno dei registi ingaggiati ad un certo punto, quando Spielberg fu scartato, lo aveva portato Joel Silver, produttore simbolo degli action muscolari degli anni ‘80 (Commando, Arma Letale, Action Jackson, Predator, Trappola di cristallo e chi più ne ha più ne metta) e si può solo sognare di come sarebbe venuto questo film dall’unione Silver/Hill che già aveva dato vita a Strade di fuoco e 48 Ore.
Eppure il nome più bello e l’idea più folle che circolò fu di farlo fare a Martin Scorsese! Che negli anni ‘80 aveva un gran bisogno di successi e credibilità presso gli studios. Una storia di gangster anni ‘30 diretta dallo Scorsese cocainomane degli anni ‘80 in piena fase Fuori Orario e L’ultima tentazione di Cristo, ad un passo da Quei bravi ragazzi.

Di mano in mano, di sceneggiatore in sceneggiatore, di contributo in contributo alla fine lo script era un colabrodo.
Il film regge bene, ha senso e tutto torna perché fu semplificato all’inverosimile, ma nessun personaggio è mai memorabile, nessuno ha un conflitto propriamente detto e tutto suona pretestuoso. Beatty non aveva un gran gusto per il filmone di grandissimo incasso e sembra che si sia messo in ginocchio a spiegare ad un bambino ogni cosa parlando lentamente. Non c’è complessità, non c’è nulla di ardimentoso che non stia nell’artigianato di cui il film trabocca. Una follia visiva con inquadrature memorabili e una quantità di giochi di colori e momenti di grande maestria come forse nessun altro blockbuster ha mai avuto.
Unico nello stile (perché è davvero l’unico blockbuster con personalità come Storaro e Canonero coinvolte) pessimo nella scrittura, nullo nella recitazione, dimenticabile dal punto di vista del coinvolgimento, rimane una chicca dal passato. Un film che voleva cambiare il cinema e segnato una strada che nessuno a più percorso. O quasi.
La grandezza e la perizia tecnica di questo film per il quale si può sfidare chiunque non l’abbia più rivisto a ricordare di cosa parli, quale sia la storia e cosa accada, è evidente dai Batman di Joel Schumacher. Sono forse i film che più hanno risentito di questo approccio, il primo dei quali entrato in produzione solo 3 anni dopo l’uscita e il successo di Dick Tracy. Ma sono un disastro se rapportato al loro modello. Non ne hanno la potenza visiva, non ne hanno la grandezza, lo splendore e la potenza. Hanno solo ribadito che i fumetti al cinema sarebbero stati altro.