Harrison Ford e quello che 40 anni fa fece per Blade Runner
Moltissimo di quello che Blade Runner riesce a fare (rendere desiderabile una realtà da incubo) passa sottotraccia attraverso Harrison Ford
Il design delle scenografie, dei costumi e degli effetti speciali è la parte più nota e influente di Blade Runner (per quanto sia frutto di un puzzle di influenze diverse a sua volta), meno invece si parla di Harrison Ford e della maniera in cui si muove dentro questo scenario.
Deckard entra in scena in mezzo alla folla a livello strada, posto in cui starà spesso lungo il film. Legge un giornale appoggiato alla vetrina di un negozio pieno di televisori, un’inquadratura che da sé uccide tutto il capitale di “predittività” del film (giornali di carta nel futuro?? Televisori a tubo catodico??), siamo in un film noir e lui è l’investigatore duro. È uno smargiasso, faccia furba e vita solitaria. Come sempre accadrà cammina contro corrente, cioè la folla gli va contro o lo ostacola, mai nella sua stessa direzione. È uno dei molti modi in cui Deckard è rappresentato come l’esempio migliore della persona sola in un film che è tutto centrato sul sentirsi distaccati dagli altri in una metropoli moderna enfatizzata in ogni suo tratto. Sentirsi soli e sopprimere un bisogno di contatto umano che si presenta con devastanti impatti alla prima difficoltà.
Quando incontra Gaff, un altro cacciatore di replicanti come lui che lo recluta per il lavoro, è reticente ma non ha nessun timore, è furbo e non teme nulla. La cosa sarà importante. Adesso Harrison Ford sta proprio recitando Humphrey Bogart, il modello aureo del detective noir che ne ha viste troppe per lasciarsi sconvolgere da qualsiasi cosa, che la sa più lunga di tutti e che è tutto stropicciato da una vita condotta male in un posto dove sembra impossibile condurne una sana. E sarà ancora un uomo di pietra dopo aver parlato con il capitano Bryant e poi ancora dopo aver eseguito il test su Rachel, nonostante l’esito lo stupisca. Totalmente impermeabile anche se l’incontro con la donna replicante ha acceso qualcosa ma quel qualcosa non lo dice Harrison Ford, lo dice l’eco della stanza e lo dice la musica.
Harrison Ford non è attore da grandi prestazioni espressioniste, non è attore che enfatizza, non è un attore che ama il clamoroso, ma anzi uno che adora lavorare con poco e portare a casa le scene con piccole minuzie e gesti minimi. In Blade Runner è capace di stare rintanato dietro le stesse espressioni metà film per poi uscire allo scoperto solo ed esclusivamente quando serve, enfatizzando l’effetto anche solo di un cambio che rompe la regola. È sempre stata la sua forza, la piccola variazione, ma questo è uno dei saggi più convincenti sulla sua efficacia.
Mentre va One More Kiss, Dear, quell’atmosfera da finti anni ‘40 veicolata dalla musica, dalla fotografia e dai ruoli dei personaggi lavora per raccontare quel che dice sempre il noir: un mondo in cui è facile morire e difficile amare. E nonostante sia un brutto ideale, nonostante la Los Angeles del futuro sia fatta per non piacere, per essere terribile, un incubo, quello di Blade Runner è un mondo in cui si desidera di stare a lungo. La ragione sta nella qualità onirica del film, in cui tutto sembra avvenire come in uno stato di eterno dormiveglia, con i controluce del sole ai piani alti o dei neon a quelli bassi, i grandi riverberi e una malinconia che attira e ha il sapore della vita vissuta intensamente. Eppure sta anche nelle piccole fessure attraverso le quali passano dei sentimenti che proprio per questo loro doversi schiacciare per passare sono sottoposti ad una pressione fortissima. E quelle fessure le crea Harrison Ford, solo come non mai mentre scopre di non desiderare altro che qualcuno con cui entrare in contatto.