La città incantata, 20 anni fa, fa celebrava il passato ma in realtà era puro futuro
A 20 anni dalla sua uscita originale guardare indietro a La città incantata è come guardare alle avanguardie più che alla nostalgia
L’intenzione di Hayao Miyazaki è sempre di celebrare il passato, l’analogico, il mondo della campagna e della meccanica su quello della tecnica e della tecnologia. I suoi lavori però sono spesso così complessi e stratificati, così densi di contrasti che possono contenere anche l’esatto opposto.
La città incantata non fa eccezione. Nel 2001 sfondò le porte dell’animazione d’autore giapponese nel mondo, portando un messaggio passatista in superficie e uno molto moderno nell’intimo. Non che l’animazione giapponese non fosse distribuita, almeno da Akira aveva cominciato a penetrare lentamente il mercato occidentale e i lavori dello stesso Miyazaki erano stati distribuiti, fu La principessa Mononoke il suo primo film “mondiale”. Erano però tutti esempi di avventure, fantascienza, film d’azione ecc. ecc.
Il film era il secondo in cui il tradizionalissimo studio Ghibli utilizzava la computer grafica per alcune scene (dopo Mononoke), non era solo una sperimentazione, era la conferma che il test del film precedente era andato bene e che, per fare esattamente il film che aveva in mente, a Hayao Miyazaki serviva la computer grafica. Anzi, era proprio indispensabile. Perché il regista non ha mai smesso di parlare dell’importanza che ha, per lui, il disegno a mano, non ha mai smesso di essere un guerriero dell’animazione tradizionale, ma sa anche bene che solo la computer grafica può dargli certe cose che vuole e la incorpora quando può. Giustamente. Tradizionale in superficie, moderno dentro.


In La città incantata Chihiro entra nel mondo degli spiriti nel trasloco verso una nuova casa. I suoi genitori (così moderni nell’abbigliamento e nei modi) si ingozzano e diventano maiali e lì tutto si perde, sappiamo che qualcuno può farli tornare umani e che Chihiro dovrà lavorare perché accada, ma cominciamo a vagare a con lei (che intanto come in un film di David Lynch è diventata un’altra, è Sen). La storia diventa quella di lei nelle terme e poi dopo diventa la storia di Baba Yaga e la sua sorella gemella e solo alla fine torna il tema dei genitori. Il film sta molto attento, di tanto in tanto, a ricordarci quale sia l’obiettivo finale di Chihiro, ma lo vediamo chiaramente che la storia Haku, spirito del fiume, della proprietà del proprio nome e ancora quella dello spirito senza volto che mangia tutto e poi diventa un fidato amico sono più importanti.
È Alice nel paese delle meraviglie, lo si è detto più volte, ma soprattutto è la narrazione spezzettata delle avventure grafiche videoludiche in cui un grande obiettivo è spezzettato in una infinità di micro compiti e sfide.

È probabile che Hayao Miyazaki non abbia mai giocato ad un videogioco nella sua vita, eppure la struttura con cui Chihiro si muove nel bagno termale, la maniera in cui completa piccole missioni, torna in un certo punto per un dialogo con Haku che sblocca una consapevolezza in più e apre a un’altra missione, viene dai videogiochi degli anni ‘90, perché è lineare e ad avanzamenti progressivi. L’ipotesi più sensata è che Miyazaki fosse influenzato da altri che erano influenzati direttamente dai videogiochi o che nel suo team di produzione ci fossero persone influenzate dai videogiochi e le loro idee abbiano dato delle spallate allo storytelling in quella direzione.
Di certo il punto è che il risultato è molto più moderno di quanto i suoi costumi e la sua etica nipponica tradizionale non facciano pensare.


Era dagli anni ‘80 che Miyazaki confondeva il confine tra quelli che consideriamo i buoni e i cattivi nei racconti, mai tuttavia questo modo di guardare ai personaggi era arrivato al successo in tutto il mondo. La sola idea che in quelli, che nei cattivi, cioè coloro che si oppongono alla soddisfazione della protagonista, ci sia una parte di bontà, che a metà film una figura spaventosa e pericolosa possa diventare un buon compagno, che i toni possano cambiare così repentinamente come nella casa della sorella di Baba Yaga o ancora che alla fine di tutto ci sia commozione per tutti e non solo per i protagonisti, era una soluzione modernissima che rompeva con tutta la tradizione. Di nuovo, non era una novità totale, ma milioni di spettatori lo vedevano accadere per la prima volta, aprendo così le porte alla modernità anche nell’animazione.