La drammatica produzione di Chicken Little raccontata punto per punto
Ricordate Chicken Little? La sua produzione fu una drammatica battaglia di posizioni e di influenze di potere in un momento di cambiamento
La storia della produzione che ha rischiato di lasciare macerie dietro di sé inizia poco dopo l’arrivo in sala delle Follie dell’imperatore. Il regista Mark Dindal e il produttore Randy Fullmer vengono arruolati per un nuovo progetto. Questa volta gli è concesso di fare un lavoro estremamente personale, a patto che mantenga l’energia e lo spirito irriverente del precedente film.
La prima versione della storia era incentrata su Chicken Little (così è noto Henny Penny) e il suo rapporto con il padre. Con una grande, abissale, differenza rispetto al film arrivato in sala: Chicken Little era infatti un personaggio femminile. Holly Hunter, secondo i piani, avrebbe dovuto doppiarla.
Mark Dindal voleva fortissimo raccontare una storia al femminile perché, avendo all’epoca due figlie piccole, e avendo avuto il benestare su un progetto personale, desiderava basare l’intera sceneggiatura su di loro, sulla loro sensibilità. In fondo era quello il mondo infantile a lui ben noto.
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Abbiamo dovuto aspettare il successo planetario di Frozen perché questa convinzione cambiasse. Paradossalmente però, all’epoca Eisner (e le ricerche di mercato) avevano la risposta sotto i loro occhi proprio nella storia dell’azienda. Cenerentola, Biancaneve e i sette nani, ma anche film del rinascimento Disney come la Sirenetta avevano già provato il contrario. Ma tant’è. Chicken Little cambiò in corsa, incontrando prevedibili nuovi problemi e facendo infuriare sia Dindal che Fullmer.
Il protagonista stava cambiando sesso nella sceneggiatura, rincorrendo i tempi di produzione. Nel frattempo Thomas Schumacher, una delle menti che aveva contribuito al rinascimento Disney e che stava sostenendo maggiormente il film, lasciò la divisione cinematografica per concentrarsi sulle produzioni Disney a teatro. Insomma, un altro scossone che minò alle basi il progetto.

Un cambio radicale di trama: il focus passò su Chicken Little, i suoi amici animali della fattoria e gli alieni. Per tre sceneggiatori accreditati misero mano al film altri sei scrittori mai citati nei crediti. E mentre il film veniva riscritto in fretta e furia la direzione dimezzava il tempo di produzione.
Ma nel frattempo la tensione cresceva. Lo studio di animazione Disney era accerchiato: la Pixar stava incassando con gli Incredibili, quanto gli ultimi 8 film Disney messi insieme. E mentre Steve Jobs rilasciava dichiarazioni impietose sulla qualità di questi prodotti, Eisner metteva in piedi la Circle 7 Animation, società che avrebbe potuto (e dovuto) realizzare sequel diretti dei successi Pixar. Jeffrey Katzenberg dal canto suo, dopo i disaccordi con Eisner, macinava successi alla Dreamworks. Il peso delle aspettative sul film era altissimo.
Una volta arrivato in sala il Chicken Little guadagnò 40 milioni di dollari nella settimana di apertura anche a fronte di critiche negative. Fu uno dei film Disney di maggiore incasso da molti anni a quella parte, soprattutto per un’invasione degli store con giochi e merchandise del film.
Il suo buon risultato economico (non eccezionale, ma salvò la baracca) aveva dimostrato che la Disney era ancora in grado di creare in autonomia personaggi che riempissero parchi a tema e vendessero giocattoli. Il rapporto con la Pixar si stabilizzò a favore dell’indipendenza dei due team creativi.
Nonostante tutto, Chicken Little sparì alla svelta dalla memoria collettiva e il previsto sequel venne silenziosamente accantonato. Oggi restano solo i ricordi (e le macerie) di una produzione travagliata e di un film che avrebbe potuto essere tutto’altro, con un’altra voce e altre sembianze.