Spider-Man: Homecoming è il primo cinecomic a mettere scena il fatto che "Il mondo è cambiato"
Con Spider-man: Homecoming i cinecomic si confermano una delle maniere migliori del cinema per rappresentare i grandi mutamenti del mondo reale
L’abbiamo sentito dire diverse volte nei cinecomic in sala e in tv e non solo in quelli Marvel. Adrian Toomes, ovvero L’Avvoltoio, ovvero Michael Keaton, è solo l’ultimo ad esprimere questo concetto, cioè che il mondo in cui i personaggi vivono non è più lo stesso. La presenza dei supereroi, l’eco di quello che fanno, il cambiamento che portano e l’esempio che danno necessitano una presa di posizione da parte di tutti. La presenza dell’eroe in maschera causa un mutamento in tutta la società. Nolan ha incentrato su questo tutta la sua trilogia.
L’ultimo film dell’Uomo Ragno attacca con quest’idea, mette subito in chiaro che tutto quel che vedremo avviene come conseguenza di altri film, influenzato da un clima ormai cambiato. È nella prima scena, quella in cui all’impresa di Adrian Toomes viene levato un appalto che gli avrebbe fruttato non poco denaro, di fatto spingendolo verso la cattiva strada e le pessime idee. Quando Toomes capisce che con quel poco di tecnologia aliena con cui è entrato in contatto può confezionare armi e oggetti mai visti prima e con cui fare cose mai viste prima, capisce quanto il mondo sia cambiato ed esprime l’esigenza di adeguarsi. Se lo fanno loro, gli eroi e i cattivi, in piccolo lo posso fare anche io. Non è diverso da quando il Joker di Heath Ledger dice a Batman che lui ha cambiato tutto per sempre e di aver capito chi fosse nel secondo in cui lo ha visto per la prima volta con il costume, cioè gli confessa che è stato per via della sua esistenza che ha capito di poter diventare il Joker.
Ancora più nel dettaglio però nel film c’è una dichiarazione di diversità che suona corretta, c’è l’ammissione che questo genere di produzioni rappresenta qualcosa nell’immaginario moderno.
La prima scena di Spider-Man: Homecoming, proprio la prima inquadratura, è un disegno di una bambina che rappresenta gli eventi di Avengers, il grande scontro a New York. Lo sta tenendo in mano Adrian Toomes, probabilmente è di sua figlia, e nel farlo dice: “Ai miei tempi disegnavamo cowboy e indiani”. È un parallelo molto giusto tra miti. Il Western negli anni ‘50 e ‘60 era il genere d’avventura e azione popolare per antonomasia, i cowboy erano gli eroi del cinema e della tv, si vendeva moltissimo il loro merchandising e tutti i più grandi attori facevano un western come oggi fanno un cinecomic. Oggi i supereroi rappresentano gli stessi valori in maniere diverse ma non troppo (lottano comunque per il bene e contro nemici molto chiari, forniscono esempi positivi e indomiti) anche se non rappresentano lo spirito statunitense tanto quanto i cowboy.
Quel che rappresentano invece è il mondo che sta mutando. Perché se c’è un genere che rappresenta lo spaesamento del nuovo, le conseguenze inattese e il senso di adattamento, sono i film di supereroi, con il loro mondo collegato, il loro universo in continua evoluzione. E del resto il mondo, il nostro, sta realmente cambiando e ad una rapidità maggiore che in qualsiasi altra era. A differenza di quanto potesse cambiare negli anni ‘60, stavolta cambia grazie alla tecnologia, oggetti che estendono le potenzialità del corpo, che rendono possibile azioni simili alla magia o ai superpoteri. Parlare con gene dall’altra parte del pianeta, visualizzare video ovunque, avere accesso ad informazioni ovunque ecc. ecc.