Adamo Dionisi, zingaro per Suburra: “Tutti vogliono fare gangster movie, ma pochi c’hanno la faccia”
Abbiamo intervistato Adamo Dionisi, che interpreta Manfredi Anacleti nella serie Suburra di Netflix
Salito prima alla ribalta con il film Suburra e ora santificato dall’omonima serie con il ruolo di Manfredi Anacleti, fratello maggiore di Spadino e padre padrone della famiglia criminale sinti, per Adamo Dionisi in realtà questo è solo l’ultimo di molti ruoli. Non a caso sarà nel cast di Dogman, il prossimo film di Matteo Garrone (sulla terribile storia del canaro della Magliana), uno che gli attori li sceglie a partire dai fisici e dalle facce.
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“Io ho una storia diversa da altri attori. Oggi tutti vogliono fare il gangster movie ma non è che tutti possono farlo. I gangster movie sono diversi dagli altri, bisogna conoscere tante cose. C’è tanta gente che ha la faccia da panettiere magari, da elettrauto… E se non ti chiami Favino, se non sei un Kim Rossi Stuart o un Elio Germano non ce la puoi fare a farli”.
Da cosa lo capisci che un attore non ha il vissuto adatto?
E invece cosa è importante fare per essere così credibili da sembrare veri criminali?
“Ci sono un sacco di cose per cui i gangster movie sono particolari, è una nuova identità personale e se non hai un tuo equilibrio non riesci a tenere basso il ruolo. Io con la parte di Manfredi Anacleti potrei fare tutto ma non sarebbe utile, uno così devi tenerlo basso, non devi spingerlo altrimenti sei ridicolo. E se non hai un tuo equilibrio e non sai quale parte stai usando se quella deviante o quella sana, è finita.
“Ecco, sempre co’ sti nomi. Lo voglio dire qua chiaramente: io non sono il signor Casamonica. Primo perché non ho avuto la fortuna di conoscerlo (se l’avessi avuta gli avrei chiesto tante cose sui cavalli), secondo perchè sono Adamo Dionisi che è diventato sinti. Quello faccio”.
E Francesco Acquaroli, il samurai, non è Carminati?
So che hai forti trascorsi di stadio e di tifoseria con la Lazio, ti sono serviti per Suburra?
“In curva ci sono stati dei responsabili dei gruppi di origine zingara in particolare per la Lazio per un periodo c’è stato un signore sinti, era proprio parte degli ultimi anni del movimento Ultras. Un film solo buono ci hanno fatto: Ultimo stadio, con Ivano De Matteo che non a caso è cresciuto sulle file della tifoseria laziale”.

La comunità sinti l’avevi già studiata per Suburra il film suppongo, hai dovuto riapprofondire la loro frequentazione per la serie?
“Li avevo conosciuti ma lì ero stato meno libero di far “metodo” davvero. Invece in questo caso sono stato con loro tanto, ci ho parlato, ci ho mangiato, mi hanno invitato alle comunioni, alle nascite dei figli...”
“Un po’ sì, anche se sono nato e cresciuto al centro, dove queste famiglie non ci sono, però conoscevo già il loro modo di pensare, come agiscono e le intuizioni che hanno (sono intuizioni incredibili eh!). Ho un parente che fa pugilato e quindi ho frequentato quell’ambiente per un po’ e lì gli zingari sono sempre presenti. Sono dei bravissimi attori tutti, goliardici da morire. Poi certo hanno tutto un altro lato, che però sono fatti loro e che io non ho potuto constatare, perchè ci ho lavorato solo nel cinema”.
A Roma solitamente non sono molto amati. Te come li vedevi prima? E hai capito perché non sono amati?
Loro che rapporto hanno con te?
“Li ho frequentati per frequentarli e da quando ho iniziato la serie erano tuti i giorni con noi, non solo sul set. Io ho un vissuto con loro, i bimbi sono cresciuti, li tenevo in braccio che non camminavano e ora c’hanno tre anni. Insomma le loro famiglie un po’ le ho vissute e penso di averla capite bene e che loro capiscano me e quindi mi rispettino, poi sanno che ho un amore sviscerato per questo personaggio, Manfredi”.
“A loro non importa di essere ritratti come criminali, poi considera che non tutti hanno una testa che pensa. Sono felici che io faccia questo boss cattivo che non sorride mai e maneggia pistole, dicono: “Guarda come ci fa apparire Adamo!”. Certo non sono tutti così eh…”
Giacomo Ferrara, Spadino, dice che i sinti che facevano da consulenti erano molto disponibili ma anche che ti fanno entrare nella loro cultura solo fino ad un certo punto, è vero?
Tu nella serie un po’ la parli la loro lingua, l’hai imparata?
“Impararla non si può, diciamo che ci comunico come una persona che parlotta l’inglese scolastico, conosco il significato delle parole ma considera che anche chi lo parla non lo conosce. Una parola la puoi dire in tre modi diversi a seconda del tempo, ma tempo inteso come clima”.
“Se io devo dire in casa mia di uccidere una persona dico “Racchennalo!”, se lo devo dire faccia a faccia dico “Marennalo!”, o se lo devo dire da lontano dico “Maralo!””.
