I registi di A Classic Horror Story ci raccontano come si fa un horror in Italia
I due registi di A Classic Horror Story ci raccontano quali sono i due tipi di film horror che ad oggi vengono richiesti dalle produzioni
In Italia infatti ad oggi si girano due tipi di film horror: quelli in inglese che potrebbero essere ambientati ovunque e che vengono più che altro esportati (alle volte anche bene) mentre da noi sono ignorati, e quelli invece più identitari e in italiano che tuttavia non hanno grande varietà e puntano quasi sempre sul folklore, spesso meridionale. A Classic Horror Story riesce a distinguersi.
PAOLO STRIPPOLI: “Sarò sincero: non lo so”.
Questo vostro film, che proprio su quello si basa, avrebbe funzionato se ambientato in città, quindi senza il folklore?
Pensate che farsi produrre horror senza elementi folkloristici, come Insidious o Sinister, sarebbe più difficile?
ROBERTO DE FEO: “Io ho cercato di sviluppare storie horror di questo tipo ma noto ancora una certa diffidenza da parte dei produttori. Ti chiedono storie glocal, cioè molto locali e quindi di appeal globale, vicine al folklore. Me l’hanno chiesto per altri progetti e me lo chiedono anche ora per cose che sto sviluppando. C’è molta paura a staccarsene perché le storie urbane e non folkloristiche possono costare di più e le produzioni faticano a rischiare sul fatto che un regista italiano possa realizzare un Insidious. Per questo non insisto. Cioè, in passato ho rinunciato a fare progetti simili perché non vedevo coraggio e voglia di spendere. Tanto vale non farli se non hai i budget corretti”.
RDF: “Dipende se hai l’idea. Paranormal Activity è nato intorno ad un’idea di budget basso e, con scale diverse, anche A Quiet Place. Il primo ha una struttura narrativa furba, girato quasi in una location sola, con effetti pazzeschi ma solo in 4 scene e tutto il resto sono attori che nemmeno parlano. È fatto per costare poco (per un grande studio). Bisogna però averla questa idea. Mi piacerebbe fare un film in inglese con idee simili”.
Come si cambia questo imbuto produttivo per il quale c’è paura a rischiare budget maggiori per storie non folkloristiche?
A Classic Horror Story fa una grande attenzione a somigliare visivamente a tutti gli horror più recenti. Midsommar in testa. È un tentativo di dimostrare che si può fare qualcosa di diverso?
RDF: “No, il contrario. Sono cambiamenti fatti all’ultimo. Considera che la prima stesura di questo film la scrissi 6 anni e mezzo fa, ed era diverso, si prendeva più sul serio. Tuttavia un film come quello che avevo scritto, dritto e serio, in Italia ancora nessuno può permettersi di farlo”.
Ad ogni modo le citazioni di Midsommar poi vengono dal nostro amore incondizionato per Ari Aster, uno dei più grandi autori che oggi lavorano nel cinema”.
Come considerate i film italiani dell’orrore come Shortcut, quelli girati in inglese per un mercato straniero che cercano di non sembrare italiani e presentarsi come internazionali, senza paese. È una strada vincente secondo voi?
RDF: “Non lo so. Shortcut è stato distribuito da Eagle Pictures direttamente in DVD dopo che invece in America è andato in sala anche abbastanza bene. Che è il colmo! Tra l’altro il regista, Alessio Liguori, l’ha girato con una casa di produzione giovane e un produttore giovane che gli ha fatto fare quel che voleva con un piccolo budget. È un impianto diverso dal solito. Lo possono fare pochi fortunati come Paolo, che ha girato ora Piove con un budget che è stato chiuso senza bisogno di avere già un distributore a dire la sua”.
Roberto tu vorresti fare un film internazionale, in inglese, con un buon budget. Paolo te invece vuoi lavorare sul folklore italiano. Chi sbaglia dei due?
RDF: “Ma no, nessuno. Io lo capisco Paolo che vuole fare cose originali, senza imitare gli stranieri, come posso non essere d’accordo anche con questo? Lo so che è difficile trovare una storia non folkloristica che non sia la versione di serie B di qualcos’altro già fatto in America o altrove. Però lo stesso mi piacerebbe”.

Le storie che state immaginando di fare ora girano ancora intorno al folklore e se no, intorno a cosa girano?
RDF: “Io ne sto sviluppando un paio, una è il tipo di horror in stile Hereditary, quindi non folkloristico, l’altra invece affonda nei miti italiani tradizionali”.
Il vostro horror italiano preferito degli ultimi 20 anni?
RDF "Shadow di Federico Zampaglione. Purtroppo penso non sia riuscito appieno a portare a un ritorno del genere o, come sembrava più probabile, alla nascita di un nuovo punto di riferimento (parlo del regista) nel panorama horror italiano. Però è il mio preferito".
Però una menzione a The Nest (mi perdonerà Roberto) la devo fare seriamente. Lo dico senza paraculaggine: è un film che tenta di ibridare family drama, coming of age e horror. Io ho un debole per le operazioni di questo tipo. Uno dei miei film preferiti di sempre è Lasciami Entrare... come posso non amare un film italiano che ha ambizioni simili?"
Vi ricordiamo che A Classic Horror Story uscirà su Netflix in tutto il mondo il 14 luglio.