Il talento del calabrone: "Abbiamo usato la tecnologia di The Mandalorian ma fatta in casa"
Tecnologie anni '70, idee moderne, attori coinvolti, così Cimini ha creato Il talento del calabrone su una struttura americana
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Assieme al regista del film, Giacomo Cimini, abbiamo discusso di tutta la produzione, come abbia fatto quello che si presenta come un film semplice, fatto di pochi ambienti, ma in realtà è un esempio di grandissimo lavoro di scenografia, di illuminazione e di trovate di messa in scena che hanno informato, aiutato e sostenuto le performance degli attori.
In testa a questi c’era Sergio Castellitto per la seconda volta in pochi anni al centro di un progetto di un esordiente (Cimini in realtà un lungo già l’ha fatto ma non in Italia) con un impegno e una dedizione non scontati dopo il riuscitissimo Il tuttofare di Valerio Attanasio.
“Contattarlo è stata la parte più facile perché abbiamo lo stesso agente, ma questo non agevola il resto, anzi alle volte ostacola i progetti, per fortuna non è stato così nel nostro caso. Sicuramente ha aiutato il fatto che Paco Cinematografica, la produzione, abbia un’ottima reputazione, cioè è affidabile, e ha aiutato che a lui sia piaciuto The Nostalgist un mio corto fatto con Lambert Wilson (attore la cui prestazione pure Sergio ha adorato). Poi ovviamente ha letto la sceneggiatura ma come spesso accade è il primo incontro che decide la partita, Sergio ti studia per capire se con te può creare”.
Cioè ha messo bocca sul personaggio?

Gli altri attori hanno recitato con lui?
Invece il set? Immagino non fosse una vera radio?
“No non era proprio niente [ride ndr.], era uno studio costruito sulla Tiburtina, una struttura fatta da zero in teatro di posa su una piattaforma a 2 metri d’altezza”
“Perché tutti gli sfondi sono proiezioni frontali, non è un green screen ma uno schermo cinematografico grandissimo, più grande di quello di un Imax, su cui 8 proiettori mandavano lo sfondo, e per farlo dovevano stare sotto il set. Non abbiamo fatto la classica retroproiezione perché serviva più spazio dietro e poi la brillantezza è inferiore”.
È uno standard?
In che senso?
“Chi sta nel cinema lo fa per la magia e se arrivi in uno studio con una costruzione alta 5 metri, con lo schermo più grande d’Europa, sali i gradini e stai in un grattacielo, beh i tecnici capiscono che possono giocare e si divertono, hanno idee, vogliono provare e se glielo fai fare sono contenti! Però devi arrivarci a questo livello, a dargli la possibilità di osare. Questo rilancia il gioco. Se invece giri in un appartamento (cosa che pure abbiamo fatto) devi trovare altri meccanismi per creare quell’idea. La costruzione dell’immagine ha bisogno di tempo”.

Una sceneggiatura così, al 100% americana, ha avuto difficoltà a essere prodotta?
“Sta cambiando tutto, l’ho capito 4 anni fa al MIA, il mercato di Roma. C’era proprio un’altra aria, un cambio di passo, la qualità degli interventi, gli showrunner della HBO, tutto in inglese…. Poi l’arrivo delle piattaforme ovviamente ha sconvolto le carte assieme ad alcuni tentativi di genere che hanno avuto successo e che conosciamo tutti. Non hanno creato un sistema ma di certo più curiosità. La Paco aveva visto The Nostalgist e si era appassionata, aveva questo soggetto di Lorenzo Collalti, che è un attore di teatro rigorosissimo e purissimo, e infine avevano le idee chiare: volevano un self contained thriller. Poi se chiedi a me in realtà questo è un techno-thriller ma poco importa.
Paco fa un lavoro attento su registi e sceneggiatori, volevano lavorare con me e avevano questo soggetto di un giovane di 24 anni che mi hanno proposto, ci hanno proprio messo insieme”.
“Forse sì ma il bello è che la Milano che vedi non esiste è Tiburtina + computer grafica. Sono spazi inesistenti, tutti modificati, il film è tutto finzione per raccontare qualcosa di fasullo, gente che finge messa in scena con espedienti falsi.
Tuttavia Milano è sempre di più è la città italiana dei grattacieli, in questo senso doveva per essere a Milano perché la storia avesse una dimensione calzante”.