TFF 38 - Il regista di Gunda voleva metterci un po' di musica ma poi "No, mi sono detto che è contro le regole"
Come ha fatto Viktor Kosakovskiy a dribblare i soliti documentari e creare con Gunda qualcosa di completamente diverso a partire dalle immagini
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Gunda è diventato non solo un film di incredibile originalità e capacità attrattiva ma anche un caso. La sua riuscita e le ottime recensioni alla Berlinale hanno fatto partire un’onda che è arrivata all’apice con l’appoggio del vegano più famoso al mondo, Joaquin Phoenix (produttore esecutivo) e le parole entusiastiche di Paul Thomas Anderson.
La forza di Gunda è quasi tutta nella sua dimensione visiva. Da dove viene quest’idea di bianco e nero e di riprese fuori dai canoni? Erano parte del progetto fin dall’inizio?
“Considera che io ho sempre voluto fare un film senza musica e senza voce. Ci ho provato varie volte ma alla fine mi hanno sempre convinto a metterci la musica per dare emotività, e mi è sempre dispiaciuto non essere riuscito a farcela. Volevo raggiungere qualcosa di puramente cinematografico, solo immagini. Per come la vedo io il cinema migliore è quello che ti fa vedere qualcosa che non vuoi vedere o che hai deciso di non vedere.
Quanto al bianco e nero è stata una delle prime idee. Avevamo capito che filmare a colori genera belle immagini e basta, invece il bianco e nero crea immagini particolari che hanno personalità. Già quando fotografavo Gunda in bianco e nero capivo che era possibile vedere i suoi occhi, mentre a colori no, il fuoco lo prendeva tutto il resto dell’immagine. E poi è stato un omaggio al vero cinema, quello degli inizi, pensa che per arrivare a 1 ora e mezza abbiamo filmato pochissimo, un totale di 6 ore di girato, come quando si usava il 35mm”.
Beh qui è riuscito a non usare mai la musica no?“Spero di sì. Pensa che alla fine, nel gran finale di Gunda volevo ad un certo punto metterci una musica forte, per far piangere, ma mi sono detto “No è contro le regole” e quindi niente”.
Qual era lo stimolo che l’ha spinta verso un film simile?
Come ha fatto a filmare così da vicino gli animali, addirittura con movimenti di macchina, senza che scappassero o si spaventassero?
“Tanti stratagemmi diversi. Ad esempio ho disegnato la sagoma di una mucca e ho messo la camera dentro, nascosta, ma ho anche usato luci particolari per non disturbare.
Per le riprese dentro la casetta di Gunda volevo raggiungere un mio ricordo d’infanzia. In Russia i tetti delle costruzioni in cui stanno i maiali sono pieni di buchi da cui passano piccoli tagli di luce, che è bellissimo. Per ricrearlo ho preso una palla di quelle che si usano nelle discoteche, stroboscopica, e gli ho puntato su una luce sola, questo ha creato le gocce di luce che si vedono.
Invece per i polli e le galline ci venivano così vicini perché non avevano mai visto l’uomo. Erano animali stati per tutta la loro vita in gabbia, quella che vedi è la prima volta che escono all’aria aperta. Toccano la terra per la prima volta e sembrano scottarsi come fosse bollente, guardano il cielo e non sanno cosa sia. Quindi non temevano nemmeno la videocamera”.
“Non credo che non si capisca che non è mai uscito nel mondo reale. Sai per tutta la vita ho avuto questo dubbio: “Spiegare o no? Farla facile per il pubblico o no?” e la vita mi ha dimostrato che non devo spiegare. Per me è importante che tu ricordi l’immagine, se invece sai perché quell’animale si sta muovendo in quella maniera, perché si guardi in giro così non è indimenticabile al medesimo modo”.
Lo stesso avete raggiunto dei movimenti di macchina a livello terra…
È cruciale nel film il momento del parto, come l’avete beccato?
“Ci eravamo documentati così tanto da sapere che sarebbe accaduto quella notte e non siamo andati a dormire. I maialini ci hanno annusato subito e quindi non avevano paura di noi, eravamo parte della famiglia”.
“Avevo pianificato 6 mesi di ricerche e invece l’ho trovato al primo colpo. Il primo maiale nella prima fattoria visitata. L’ho guardata negli occhi e ho capito che era la Meryl Streep dei maiali, perché come Meryl Streep non ha bisogno di parlare per farti capire cosa gli passa per la testa”.
Anche per la mucca?