Zerocalcare ci parla di Strappare lungo i bordi: "Va alla velocità cui penso siano letti i miei fumetti"
Come è stata realizzata Strappare lungo i bordi, che ruolo ha avuto Zerocalcare nella produzione e farà mai un film dal vivo?
I primi due episodi hanno un passo rapidissimo, quasi indemoniato…
La tua idea di velocità era come le animazioni che avevi fatto da solo e messo sui social?
“Sì però lì il punto era che dovevo risparmiare, più durava il parlato più dovevo animare, qui invece non animavo io. Però te lo dico, mantenere il ritmo e la velocità era una conditio sine qua non per fare la serie”.
“Ci sono molti buoni motivi. Il primo è che non sono un attore e se parlo veloce (che poi è anche la maniera in cui parlo di solito) ancora ancora va bene, se invece faccio le pause teatrali non sono in grado e se non facevo io il doppiaggio di tutti ci sarebbe stato un ulteriore scalino tra la mia voce narrativa e il prodotto. Il che mi metteva a disagio. L'altro motivo è che in realtà è una serie che parla di ansie e paranoie, di un piano emotivo frenetico e volevo che fosse restituito pure nella forma”
Pensi che i tuoi fumetti vengano letti a quella velocità?
Sei puntate da 15 minuti circa fanno un totale di più o meno 90 minuti. È un film?
“La storia orizzontale funziona come un film che poi è anche come funziona La profezia dell’armadillo, ho proprio voluto seguire lo stesso tipo di procedura. All’inizio volevo una cosa più omogenea senza i microepisodi dentro agli episodi, poi mi sono reso conto che non ho ancora la dimestichezza necessaria con l’audiovisivo che mi consenta di ambire a così tanto. Quindi mi sono detto che forse era meglio rimanere nella mia comfort zone come avevo fatto con i fumetti: prima la profezia (una storia orizzontale tutta spezzettata) e poi Un polpo alla gola (che invece era proprio una storia unica). E qui uguale. Del resto l’esperimento di Rebibbia Quarantine, fatto di piccole unità, mi ha fatto capire che potevo gestire una serie tutta così”.
“La trama in realtà entra nel vivo a metà, è lì che acquista più spazio, però le digressioni servivano al contesto, il pubblico di Netflix mica si è letto i miei fumetti! Quindi dovevo raccontare chi sono i personaggi e che quadro emotivo hanno intorno”.
Come è funzionato il processo di animazione? Esattamente qual era il tuo ruolo a parte scrivere e recitare?
Quindi non hai deciso tu i movimenti? Tipo non so, come si siede l’armadillo...
“No no quello no, io sono stato più addosso alle espressioni o al gesticolare”.
“Poco! Siamo partiti a Natale ed è finito tutto all’inizio dell’estate”.
“Sì e no, ci sono parti molto ricche. È una serie con molti dialoghi e quelli sono animabili velocemente ma nelle digressioni che ci stanno ci sono scene di massa e lì ci voleva un po’ più di tempo per farle. Ci hanno lavorato davvero in tanti”.
Sullo stile di animazione avevi delle idee?
C’è una cosa che non sei riuscito a fare come volevi?
“Recitare meglio!”
“C’è una puntata in cui ci sono delle scene più drammatiche o più legate a momenti intimi (che non vor dì che scopamo eh!), un po’ più emo, che sono fatte con atmosfere luci notturne, lampeggianti, musica di un certo tipo e che volevo fare a fumetti ma a fumetti mi mancavano gli strumenti e qui invece li ho potuti usare al massimo”
Stefano Sardo, sceneggiatore di 1992, 1993 e 1994 e presidente dei Centoautori dice che in Italia, per come si produce, realizzare una serie come Fleabag è impossibile, cioè è impossibile un prodotto televisivo che sia espressione di una persona sola. Ma questo lo è.
Gipi ha fatto due film dal vero, Igort uno, tu ci pensi?
“ZERO. Io non sono attore racconto storie autobiografiche e l’idea che mi interpreti un altro è uno scoglio. E poi avere a che fare con umani che devono interpretare quel che ho scritto per me è inaccettabile, sarei un tiranno e maniaco del controllo”.
