Il punto debole di quasi tutti i sequel è la sceneggiatura. Come motivare il nuovo problema dell'eroe? Come convincerci che quei personaggi che abbiamo visto vivere un'avventura sapientemente motivata abbiano ancora l'energia per giustificarne un'altra? Come rassicurarci rispetto al sospetto che il sequel (Benvenuti al Nord) sia stato deciso per il sacrosanto diritto di provare a rifare una barca di soldi al botteghino dopo il successo del primo capitolo che in principio non prevedeva sequel (Benvenuti al Sud)?

La risposta è teoricamente semplice: facendosi il mazzo per realizzare una buona sceneggiatura. E' solo in questo modo che può accadere il miracolo cinematografico: interessi produttivi e attenzioni artistiche coincidono. Spesso i sequel si aprono con sconcertanti rovesciamenti di senso rispetto alla chiusura del capitolo precedente (memorabile il secondo Matrix, dove Neo, che avevamo lasciato zompare felicemente di qua e di là fuori e dentro la Matrice come solo un vero prescelto sa fare, si ritrovava cornuto e mazziato allo start, forse distratto dall'intensa pomiciata con Trinity – chi fa sesso muore -, perdendo tutto il consenso in maniera pretestuosa e fasulla per innescare una nuova storia).

Torniamo a noi. Benvenuti al Sud fu la miglior commedia della stagione 2010/2011 (è uscito a ottobre 2010). Meglio di Qualunquemente, meglio di Zalone, meglio di Immaturi e Femmine contro maschi. Un prodotto di sistema e qualità. Remake di una commedia francese di successo (Giù al Nord) riuscì alla grande nell'equilibrio di presentare una storia molto italiana (Nord contro Sud? A parole!) con personaggi amabili cui voler bene. Regia di Miniero impeccabile con alcune idee visive memorabili e anche coraggiose: l'inquadratura improvvisata sul momento dello stunt di Bisio (ecco perché l'inquadratura è di tre quarti dal basso senza vedere la faccia) che regge tristemente il cartello stradale di addio alla Lombardia, il giubbotto antiproiettile, l'arrivo nella solare Castellabate di notte e in mezzo alla tempesta come se fossimo in un film gotico con Siani che platealmente accoglieva Bisio imitando il Marty Feldman di Frankenstein Junior. Poi c'erano loro due: Alberto (Claudio Bisio) e Mattia (Alessandro Siani). Due protagonisti cui volevi molto bene per via delle motivazioni ben scritte, giustificate e quindi facili da trasmettere al pubblico.

Tutto questo manca, quasi completamente, in Benvenuti al Nord. Mattia è tornato a essere un totale autolesionista. Senza che si capisca bene il perché lo vediamo partire per il Nord dopo un astruso alterco con la compagna che lo accusa di essere pigro e di volere il part-time alle Poste di Castellabate solo perché così può farsi i fatti suoi senza aiutare né lei né il figlioletto. Ecco il nuovo Mattia: un bastardo. Plausibile, no? Non vuole fare un mutuo (parola che non sa pronunciare) per poter comprare una casa per la famiglia e smetterla di vivere a casa di sua mamma. Perché non ci crediamo? Per via della recitazione di Siani. Vediamo attraverso il suo straniamento (il mio personaggio è nero ma io lo recito come fosse bianco) il fatto che lui per primo non capisca cosa diavolo accada a Mattia in questo inizio di sequel.

Alberto (Claudio Bisio), intanto, è a casa sua al Nord e in un momento molto divertente, e intelligente, è protagonista del solito trasformismo italiano: prima viene accusato di essere il peggiore del suo ufficio (i colleghi, quindi, lo schifano), poi viene incensato come migliore di tutta l'azienda (i colleghi, quindi, si stringono intorno a lui). E' una comicità d'ufficio di fantozziana memoria che Miniero risolve con degli stacchi campo-controcampo molto semplici – verrebbe da dire “landisiani”- giocando sulla dialettica stretto-largo e che danno facilmente l'idea commentando una meravigliosa usanza tipicamente italica. Da Alberto è arrivato un nuovo capo, ovvero Paolo Rossi vestito e incattivito come Sergio Marchionne. Parlerà di un sistema operativo (Erpes) da lui ideato che garantirà maggiore produttività e minore benessere per il lavoratore delle Poste Italiane, costretto a diventare un automa senz'anima. Qui Miniero cita Brazil di Gilliam per l'alienazione sul posto di lavoro e il controllo dei capi reparto esercitato attraverso un collegamento video visivamente oppressivo come quello usato in Brazil da Ian Holm. Tutto ciò è buono e chiarisce perché rispetto alla satira stanca (Qualunquemente), all'escapismo patinato idiota (Immaturi 1 e 2) e ai mostri ignobili di umanità e gusto (I Soliti idioti, Checco Zalone), la commedia commerciale dell'umanità di Luca Miniero, insieme alle farse sofisticate di Fausto Brizzi e Massimiliano Bruno, sembrano rispettivamente Monicelli e Blake Edwards. Attraverso il personaggio di Paolo Rossi-Marchionne si inserisce in un blockbuster per famiglie un potente attacco a uno dei personaggi più controversi della società italiana degli ultimi anni. Questo è buono e vitale.

Dov'è che il film crolla? Quando Mattia, non si sa ancora bene perché, arriva improvvisamente al Nord innescando lo scazzo super-pretestuoso (lui lavora troppo) tra Alberto e sua moglie Silvia (sempre fantastica Angela Finocchiaro) facendo sì che il film diventi una sorta di Libera uscita con Alberto e Mattia senza donne alla ricerca di un centro di gravità permanente. Mattia-Siani in questi 30 minuti centrali di follia è così confuso che chiama la compagna Maria per chiederle: “Ma io e te stiamo ancora insieme?”. Bravo Mattia. Non l'abbiamo capito nemmeno noi.

Ecco cosa non funziona in Benvenuti al Nord: i nuovi problemi di Alberto e Mattia sono pretestuosi, costringendo Bisio e Siani a lanciarsi a peso morto in gag episodiche per strappare una risata. Capiamoci: alcune funzionano (il trasformismo italiano, il solito maltrattamento di un animale, l'intesa linguistica tra Scapece e la mamma di Silvia), ma sono momenti. Benvenuti al Sud era una gioiosa macchina da intrattenimento umano. Questa è una corazzata disorganizzata che spara a vuoto. I personaggi sembrano non riuscirsi più a parlare (e infatti ognuno va un po' per i fatti suoi) e negli ultimi dieci minuti tutti i nodi vengono al pettine in men che non si dica.

Conclusione: le gag e l'amabilità di un cast di cavalli di razza (Bisio, Siani, Finocchiaro, Nando Paone, Giacomo Rizzo, Nunzia Schiano) rendono sopportabile il tutto e ancora una volta superiore a tanti altri prodotti italiani. La sceneggiatura, che al Sud fu dell'unico Massimo Gaudioso e qui al Nord di Fabio Bonifacci più inusuale intervento di Miniero (riscrittura frettolosa? Frizioni con Bonifacci?), è il vero tallone d'Achille che impedisce all'operazione di diventare opera.