C’è l’affermazione più sfruttata nelle tribune politiche dagli avversatori dell’immigrazione e della cittadinanza allargata al centro di Benvenuti A Casa Mia: “Se volete accogliere gli zingari perché non li prendete in casa vostra?”. È quel che viene proposto da un conservatore a Jean-Etienne Fougerol, noto intellettuale di sinistra invitato in una tribuna politica televisiva, e lui per vanto e per prevalere nel dibattito afferma che lo farà, li accoglierà. La sera stessa puntualmente si presenta una famiglia rom al cancello della sua villa. Per convenienza, per vendere più copie del suo libro, per non perdere la faccia e per bearsi dei suoi ideali progressisti non li caccerà.

Il bersaglio della commedia e della presa in giro qui è chiaramente l’ipocrisia intellettuale di sinistra, molto più dei costumi rom, anzi va a merito del film il fatto che nonostante questo non trattenga il colpo e prenda in giro con grande forza tutte le parti in gioco. Gran parte della dinamica di commedia infatti sta nelle parole che la coppia intellettuale sbandiera, in quello che si racconta e nella propria ostentata tolleranza regolarmente minata da un’osservazione spaventata, razzista, timorosa e conservatrice detta subito dopo. Aprire il cancello di casa ma poi nascondere l’argenteria.

Ed è davvero invidiabile la maniera leggera (per quanto molto molto vecchio stampo) e la scrittura capace tramite la quale Benvenuti A Casa Mia è un po’ cattivo con tutti (ma chiaramente meno con i rom che alla fine, con tutte le loro stranezze e comiche assurdità ne usciranno come buoni e ben intenzionati), non si risparmia e bastona forte la parte “buona” della società senza fare alcun uso di carote, senza dargli poi anche qualcosa di positivo. La si potrebbe definire senza timore una commedia che odia, che nonostante la sua chiarezza espositiva e la sua leggerezza ha una certa acredine, evidente nel non salvare mai i protagonisti.

E forse proprio per questo, per non aver paura di avere un bersaglio chiaro Benvenuti A Casa Mia risulta così coerente e divertente, si può permettere così tanto di lavorare sugli stereotipi per rinforzarli tutti senza per questo risultare razzista. All’obiettivo poi contribuisce la scelta di far recitare il proprio cast molto sopra le righe ma con una delicatezza che appartiene alla scuola francese (mai “grottesca” come quella italiana quando ci si mette). Soprattutto alla fine il film ottiene di non cadere nell’errore dei suoi protagonisti i quali, una volta accettati i rom, li esibiscono come ornamenti, li usano per definire il proprio progressismo davanti al resto della società, invece Philippe de Chauveron e il suo team di sceneggiatori con cui già aveva realizzato Non Sposate Le Mie Figlie, non usa i rom per fare la figura del progressista ma li prende in giro al pari degli altri.