Cars è l’anima semplice della Pixar, quella commercialmente più pesante (il merchandising più venduto in assoluto) e narrativamente più convenzionale. Cartoni animati vecchio stampo, con ruoli ben definiti (personaggi che alleggeriscono, mentori, protagonisti desiderabili, cattivi cattivoni) ed esiti convenzionali. In questo studio che sembra pensare sempre in grande, anche quando non centra l’obiettivo, Cars è l’unico prodotto dalle ambizioni semplici. E dopo un sequel completamente fuori fuoco, il terzo film recupera il mood del primo, fingendo che il secondo non sia mai esistito. Addirittura, la parabola di un Saetta McQueen ormai al tramonto della sua carriera, seguirà la tendenza del cinema attuale, invece che segnare un percorso proprio come solitamente ha fatto la Pixar.

Saetta è ormai a suo agio nel mondo delle corse. Come Rocky nel terzo film anche lui nel terzo Cars è un atleta di successo, amico di tutti, pieno di fans e le cui stagioni scorrono con il minimo impegno, è in una comfort zone senza più sfide. Fino a che non arriva un vero rivale (nero, come il Clubber Lang di Mr. T). La nuova generazione di auto completamente diverse, più competitive e atletiche che mandano progressivamente in pensione tutti, tranne Saetta, ultimo rimasto della vecchia guardia che vuole gareggiare un’ultima grande stagione ma prima deve ritrovare gli occhi della tigre. Per farlo tornerà là dove è iniziato tutto, nei tracciati sporchi dell’America profonda.

La Pixar torna a disegnare redneck in forma di auto, tornare a parlare di Stati Uniti e rappresentare la sua mitologia, quella delle strade e delle macchine come metafora di tutto, in un film in cui ogni componente è fatta per un mondo di auto, con un film ancora più spuntato del primo, scritto un certo semplicismo da un team estraneo agli studios in cui è stato infilato l’uomo di fiducia Bob Peterson (Up). Cars 3 è nostalgico, tutto girato all’indietro e ha una storia in cui incombe il mito di Doc Hudson (l’auto mentore del primo film doppiata da Paul Newman). Saetta non è più quello di una volta, come per tutti il suo tempo è finito, un’epoca intera è finita e ci sono nuove leve. Se può esistere qualcosa di vicino al “film autunnale” nell’orbita Pixar è questo. Ma se Gli Incredibili sapeva fare un discorso sorprendente sull’invecchiare e venire a patti con le idee giovanili, con il fatto che non si è diventati quel che si desiderava, Cars riduce tutto al minimo termine e dell’invecchiare prende solo la dialettica più superficiale, quella che contrappone potenza a saggezza, irruenza ad esperienza (“Il giovane corre in testa ma il vecchio conosce la strada” verrà detto ad un certo punto).

Non stupisce nemmeno il ruolo della giovane allenatrice che segue Saetta per tutto il film cercando di prepararlo secondo le tecniche moderne, ma finendo poi per imparare più lei dalle tecniche vecchio stampo, e che giocherà un ruolo determinante in un finale di grande effetto ma dalla logica traballante (in cui viene esposta una regola tra le più antisportive mai sentite). La Pixar si adegua, segue gli altri, cerca il colpo ad effetto giocando con un protagonista dalla sbandierata e mesta maturità, ma a Cars 3 sì può voler bene davvero solo se lo si intende come l’entry level del mondo di idee e stimoli della Pixar.