La parte più interessante di Come Ti Divento Bella è il suo terzo atto, il momento in cui cioè l’intreccio che ha creato viene al pettine e bisogna trovare un modo di chiudere una storia che per molti altri autori (ma anche altre attrici) sarebbe stata spinosa e complicata visto i temi che tocca. Ma non per Amy Schumer che qui dimostra di avere la caratteristica più importante al cinema: carattere, carattere da vendere.

Nel film la sua Renée è una donna insicura perché dotata di un corpo non allineato con gli standard di bellezza veicolati da pubblicità, televisione e cinema. Non è filiforme, non è formosa come viene imposto e per questo si sente marginale, tenta di dimagrire ed è insicura. Proprio in palestra un grottesco incidente in mezzo a ragazze di cui è invidiosa fa sì che lei inizi a vedersi come vorrebbe (ma noi sappiamo che in realtà è come è la società a volere tutte le donne).
Non è dimagrita ma si vede magrissima, non è cambiata ma si vede diversa, non è perfetta ma si vede meglio di Emily Ratajkowski (che nel film fa una comparsata non interpretando se stessa ma il suo corpo e il suo volto sono così iconici che di fatto è se stessa, il simbolo del corpo desiderabile dei nostri anni). Vedendosi come desidera avrà così tanta fiducia in sé stessa da fare carriera nel mondo della cosmesi, quello che più giudica le donne in base a parametri estetici rigidi e selettivi.

Dunque quando arriva a due terzi il film ha mostrato come cambiando semplicemente atteggiamento e pensando di avere un fisico che va più che bene, che è desiderabile, che è da valorizzare e non da nascondere, la vita della protagonista cambia e così le relazioni con tutti quelli che le sono intorno. Intelligentemente poi il film accenna anche al fatto che sentirsi inadeguata non è caratteristica solo delle donne con un corpo non allineato ai modelli imperanti ma anche quelle più vicine a quei modelli continuano a sentirsi inadeguate rispetto a standard ancora più stringenti, in una corsa infinita che penalizza (anche se a livelli diversi) tutte le donne. E tutto questo l’ha fatto usando la risata, il ribaltamento e il ridicolo là dove altri avrebbero usato il candore e la correttezza.

A questo punto Abby Kohn e Marc Silverstein (alla loro prima regia dopo aver sceneggiato diverse altre commedie femminili con sottotesti più o meno evidenti riguardo la liberazione delle donne dal giudizio della società) hanno vita dura a risolvere il film e per loro fortuna emerge la protagonista, scelta perfettamente.

Altre attrici buone per la parte, come ad esempio Melissa McCarthy, è probabile che non avrebbero avuto la medesima autorevolezza nel risolvere un film così spinoso con tale decisione. Senza fare spoiler è chiaro che il finale deve concludere la parabola “morale”, ma la forza di Amy Schumer è di consentire al film di trasformare quella che poteva essere una predica in un’affermazione di potere, non chiedendo di essere accettata ma imponendo con forza quella che lei riesce a far apparire come una verità.

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