La tenerezza nei film italiani è un droga. Una droga somministrata al pubblico ma di cui si fanno in prima istanza sceneggiatori e soprattutto registi. Tenerezza in tutto. Tenerezza nei personaggi marginali eppur teneri, tenerezza nella recitazione che mira alla piccola commozione stemperata magari da una risata, tenerezza nella colonna sonora che con qualche pizzicato degli archi punteggia un momento di commedia e tenerezza nei costumi. Tenerezza ovunque, pure nel titolo! Perché è quello (a quanto pare) che amiamo provare, è in quei personaggi marginali di buon cuore in un mondo invece diverso, che amiamo immedesimarci ed è quindi quello che ci sorbiamo ad oltranza.

Così anche Paolo Sassanelli, attore di straordinaria sottovalutazione da parte del nostro cinema, capace da solo di animare interi film indipendenti, esordisce come regista (oltre che protagonista). È un Rain Man solo un po’ meno funzionale (la sua dote è parlare inglese) ma più o meno ugualmente disfunzionale, che scappa dalla casa dove è ricoverato con il suo unico amico, che al suo contrario è un po’ più funzionale ma ha eccessi di violenza, alla ricerca della mamma (come se tutto non fosse sufficientemente tenero e italiano…). Questa pare sia una cantante olandese che l’ha abbandonato anni prima. Per strada si unirà al gruppo l’assistente di una prostituta olandese chiamata Anke (esilaranti equivoci generati dalla consonanza tra Anke e la congiunzione “anche”).

Il film on the road dalla Puglia all’Olanda fino all’Islanda non ha molto senso, si perde in diversi snodi e macera spesso e volentieri nella noia. Due Piccoli Italiani è un po’ una corsa e un conto alla rovescia verso la grande scena intensa e strappalagrime che sappiamo dovrà arrivare, quando la ricerca della mamma e i problemi di un viaggio di due squilibrati (ma teneri!) si uniranno, una corsa puntellata di tantissimi momenti di “recitazione intensa” ovviamente di stampo teatrale come si conviene in questi casi, che impongono al film stesso la presenza dei suoi due protagonisti come risolutori di ogni scena.

Gli snodi, i passaggi e l’evoluzione della narrazione infatti non passano mai per dialoghi, fotografia, montaggio o qualsiasi altro elemento della messa in scena, ma per la recitazione, con essa è risolto ogni momento del film. E non che non siano bravi gli attori (di Sassanelli si è già detto e Francesco Colella gli è a livello) è proprio l’impostazione del film, che pare essere pensato e diretto più per loro che per il pubblico, a sconfortare.