C’è ben poco di rassicurante sul prosieguo del film nella voce fuoricampo che apre Genitori Quasi Perfetti. È un acuto bambino a parlare, uno che si dimostra già dall’eloquio e dall’acume migliore dei propri genitori (un luogo comune della narrativa che dà vita ai ritratti più piatti e meno approfonditi), che con una completezza sconfortante ci dice a parole tutto quello che dobbiamo sapere. Del resto la parola è il segno di tutto questo film in cui i personaggi quando sono soli parlano a voce alta per dire al pubblico le decisioni che prenderebbero, in cui è con le parole che manifestano ciò che sono o mascherano.

La storia è di stampo teatrale, ne ha i tempi, ne ha i luoghi, ne ha i personaggi e anche le facili metafore (c’è una goccia che cade dal soffitto per tutto il tempo, una minaccia che sta lì pronta ad esplodere), del cinema invece non ha molto. Di certo non lo svolgimento nonostante di film come questo, scannamenti in un interno, ne siano stati fatti parecchi e ottimi.

La festa di compleanno del bambino protagonista che occupa la maggior parte del minutaggio è occasione, per diverse tipologie di genitori, di trovarsi nel medesimo luogo e confrontarsi mentre i rispettivi figli giocano. Ci vuole moltissimo, troppo, perchè la storia scritta da Renata Ciaravino e Gabriele Scotti esploda, e purtroppo tutta la fase in cui viene caricata non è di così grande intrattenimento. A un certo punto tutto precipita, come è facile immaginare, portando le ipocrisie borghesi di ognuno, le facciate e le buone intenzioni dietro cui c’è molto poco, a uno svelamento.

Non mancherà la bella morale finale.

Il punto di Genitori Quasi Perfetti e insieme il suo peccato originale è quello di fare il lavoro minimo su ambienti, situazioni e personaggi. Non solo è un film che rifiuta totalmente un rapporto significativo con l’immagine, limitandosi a inquadrare ciò che accade in modo che si capisca, ma sembra non voler avere una sua personalità, preferendo prendere in prestito quella di altri film e altre storie. Lo dimostra bene il fatto che ogni attore interpreti il proprio stereotipo, il proprio ruolo ricorrente. Inclusa Anna Foglietta, sempre più orientata verso l’aggiornamento del classico modello della donna nella protagonista nella commedia italiana: progressista con difficoltà. La sensazione che ne deriva è quella di una forte pavidità sia di regia che di produzione, una scarsa propensione all’investire nel lavoro con gli attori, nel rischiare dandogli qualcosa di diverso da fare ma solo chiedendogli di ripetere ciò che ha funzionato in passato.

Unico a distaccarsi dalla media, come sempre, è Paolo Calabresi. Gigantesco palleggiatore a centroarea, smista palloni, fornisce assist e si muove come un vero campione. Alle volte basta anche solo un suo suggerimento, una gag accennata per portare a casa la scena. Con tic e movenze dà profondità ad un personaggio (anche il suo) piattissimo, tramite incertezze e guizzi crea altri significati, doppi sensi e dice qualcosa in più rispetto al solo testo che deve pronunciare. Che questo attore così clamorosamente sottoutilizzato riesca a fare tutto ciò è solo un indicatore di quel che il resto film poteva fare e non fa.

Una chiusa musicale poi è pura follia ma, nel complesso, è quasi il meno.