Nonostante tutta la promozione sembri voler dire il contrario, Il Grande Salto è un film di difficilissima collocazione.

Non è certo una commedia classica che aspira ad un buon incasso con il minimo sforzo, né somiglia ai film che solitamente hanno Ricky Memphis nel cast. Non è un dramma d’autore assolutamente, Giorgio Tirabassi non ha quel tipo di occhio né lo vuole avere (ma non ne ha neanche l’asciutto rigore tecnico o la capacità di racconto essenziale, anzi è un po’ grossolano nel linguaggio per immagini). Non è nemmeno un film comico né tantomeno un film di genere. Il Grande Salto è una vera e autentica stranezza, un bizzarro movie che non punta sull’umorismo e sul divertimento ma lo usa come grimaldello malinconico. Battute e alleggerimenti non sono mai davvero tali ma solo un modo accettabile per scavare ancora un po’ di più nella miseria dei protagonisti.

E proprio i due protagonisti hanno da subito l’apparenza, il fisico, il volto e l’abbigliamento delle persone a cui non dice mai bene nella vita e che non fanno una scelta giusta. Tirabassi in particolare lavora benissimo sui dettagli che rendono il suo personaggio evidentemente miserabile. Cosa mai scontata in un film italiano.
Ladri di lavoro, professionisti maldestri del furto escono di galera dopo 4 anni per rapina. Uno ha una famiglia al cui carico vive, l’altro no, abita in un effettivo scantinato, una specie di cella dalle pareti scartavetrate sottoterra. Progettano rapine grottesche che vanno male, vorrebbero svoltare con il crimine organizzato, avranno un’occasione che si rivelerà disastrosa e condurrà ad un finale imprevedibile, mestissimo.
Al contrario dei soliti ladri comici del cinema italiano questi non sono personaggi affascinati da valori moderni che aspirano a modelli internazionali, quando in realtà vivono in mondi tradizionali, questi sono dei disgraziati che semmai sognano una vita tradizionale, locale, romanesca ma sono intrappolati in un mondo forzatamente moderno fatto di ipermercati, parchi a tema e sale slot. Il loro non è il dramma di chi è rimasto indietro in un mondo che corre ma di chi è fermo in un mondo che non riconosce.

Vorrebbero essere ladri anni ‘50 e sono solo umanità marginale del 2019, nemmeno una novità in un mondo in perenne crisi periferica. Almeno fino ad un clamoroso incidente che cambia tutto il film, mettendo fine al regime ordinario che lo conduceva e portandolo lontano dagli archi classici della commedia, facendolo sterzare dall’oziosa banalità verso la quale sembrava indirizzato.
Il Grande Salto non ha certo le caratteristiche del capolavoro ma se una qualità possiede è l’onestà verso i propri intenti: è esattamente quel che vuole essere, ha una coerenza mesta non nel raccontare gli ultimi (quello lo fanno praticamente tutti i film italiani e di solito malissimo), ma nel mostrare davvero quanto faccia schifo essere ultimi e in che maniere, mondi e umanità vivano oggi.

Un finale che sembra l’inizio di un film di Alex de la Iglesia ricambia di nuovo le carte in tavola dando al tutto uno strano sapore stranamente tradizionale. Come se alla fine un modo per vivere nel tempo moderno nell’unica maniera che conoscono l’avessero trovata.

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