Il meglio deve ancora venire, la recensione

Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte non fanno film, fanno prototipi esportabili.

Sono gli autori di Cena tra amici (l’originale del nostro, Il nome del figlio) e di Papà o Mamma (rifatto da noi con Paola Cortellesi e Antonio Albanese) e stavolta sono loro ad aver scopiazzato un’idea per farne un prototipo.
L’idea è quella di Truman – Un vero amico è per sempre, il film con Ricardo Darin e Javier Camara in cui due amici trascorrono dei giorni insieme sapendo che uno dei due ha una malattia terminale (anche questo rifatto da noi in Domani è un altro giorno). A questo spunto loro aggiungono l’equivoco, cioè un ribaltamento per il quale il malato crede che l’altro sia quello a cui è stato diagnosticato il cancro e non se stesso, e quindi farà di tutto per stargli vicino. Ma è un trucco, per la trama avanza come se davvero il malato fosse quello sano, non ci sono gag o situazioni scatenate dall’equivoco in sé, ma la classica serie di viaggi per rivedere una vita e fare i conti con il passato.

Il risultato è che stavolta non funziona quasi nulla.

Il meglio deve ancora venire procede in maniera quasi matematica, come se fosse progettato da un ingegnere. Prima pensa ad impostare i personaggi, a farci vedere tramite due scenette che uno è molto preciso e l’altro libero e incasinato. Poi pensa ad impostare l’equivoco, la ragione per la quale l’uno pensa che sia l’altro il malato. Infine per la gran parte del tempo reitera ciò che sappiamo mettendo i due nella condizione di ripetere ciò che sappiamo.
Questa idea dei due registi e sceneggiatori di far sbattere i personaggi sempre contro i medesimi problemi ed equivoci è il minimo del dinamismo. Anche le singole scene non vivono come piccoli sketch autonomi e appassionanti (che era invece il segreto di Quasi amici) ma come continue ripetizioni che cambiano solo il luogo in cui sono ambientate e disinnescano anche il potenziale dei due attori (in particolare Fabrice Luchini che ne esce come un caratterista come tanti).

Il meglio deve ancora venire è noioso, è allungato, è sbrodolato. L’impressione è sempre che quel che si potrebbe risolvere in 5 minuti sia risolto in 10, che qualcuno stia mandando il film a velocità 0.5x.
Tuttavia, pure a volergli perdonare la difficoltà nello scrivere le singole scene, proprio nel portarle a casa con il massimo risultato, rimane imperdonabile il fatto che il film manchi l’obiettivo principale, cioè mostrare due vecchi amici, a 50 anni, ancora uniti come una volta. Per farlo opta per piccoli montaggi musicali e li fa agire a tratti come bambinoni, come se il punto fosse giocare ad acchiapparella, e non ci fossero modi più sottili per rendere il modo in cui un legame nato da bambini vive della medesima capacità di divertirsi anche da adulti.

In questi casi l’idea da rendere è che due persone formino un bande apart rispetto al resto delle persone che li circondano.
Ma i momenti di dolce sentimentalismo virile di questo film (quelli per l’appunto che vogliono avvicinarsi a Truman, ci sarà anche un cane regalato ad un certo punto) in realtà enfatizzano l’opposto delle relazioni maschili, ovvero la fatica, la pesantezza e la costruzione. Là dove i migliori film sull’affetto tra amici puntano sull’invisibilità del legame, sulla sua onnipresenza senza che questo venga mai tirato in ballo, come se tutto fosse scontato e andasse bene così, Il meglio deve ancora venire lo tira sempre in mezzo, lo celebra mettendolo in primo piano, non fa altro che parlarne.

Questa maratona di due ore è una prova a cui il film sottopone il pubblico, una gara di resistenza senza un vero perché che, affronto finale, nelle ultime battute mette alla prova ogni pazienza anche con un terribile montaggio musicale degno dei segmenti “in memoriam” degli Oscar. Il perché di tutto questo è oscuro anche ad un critico.