In un certo senso Il Regno è il punto di arrivo di più di 10 anni di commedie italiane, o almeno la versione più esplicita e dichiarata del più grande sottotesto che il nostro cinema abbia raccontato a partire da Benvenuti al sud (molti film simili si possono rintracciare anche prima a partire anche da Tre uomini e una gamba, ma per comodità si può iniziare a contare da quel grandissimo successo).Ovvero che il mondo moderno è una schifezza e tutti i nostri mali vengono da esso, dalle nuove tecnologie e le conseguenti frenesie. Là dove con una certa meccanicità il mondo moderno è la città e il passato, ideale, è la provincia, possibilmente meridionale. In tantissime nostre commedie, in modi più o meno smaccati, i personaggi si muovono dalla città alla provincia finendo inevitabilmente per tornare indietro, ad un’ideale età dell’oro italiana, senza internet e smartphone, piena di tradizione, veri affetti, contatti personali e umanità.

Ecco tutto questo in Il Regno è letterale. È il più grande ritorno al passato per risolvere i propri problemi e la propria irrisolutezza che si sia visto nell’ultimo decennio. Nella trama Stefano Fresi viene convocato nell’antica tenuta di famiglia da cui fu cacciato decenni prima, perché il padre (che lo cacciò con sua madre) è morto. Scopre così che quella zona recintata e chiusa a lucchetto è stata retrodatata al medioevo. Tutti lì vivono esattamente come fosse il medioevo, e lo fanno spontaneamente. È una società utopistica creata da suo padre (che ne era Re burbero e profittatore) per fuggire dai mali della società, con l’appoggio di piccoli intellettuali. Lui stesso, dopo un’iniziale ritrosia, accetterà la corona.

Un personaggio di una mestizia rara nella vita comune, tutta color correction plumbea e palazzi aggressivi, entra nel mondo assolato, colorato, possibilmente felice (ma pieno di contrasti, zone d’ombra e negatività affrontate con gioia e sentimento) ritornando ad un passato lontano da tutto. Nemmeno quegli anni ‘50/’60 cui solitamente sembra arenata la provincia ma proprio il medioevo. Prima di tutto.

Fornito uno spunto accattivante (a suo modo) da Bernardo Pellegrini, l’idea di commedia espressa dalla sceneggiatura e regia di Francesco Fanuele (esordiente) è poverissima, è lasciata alle individualità, raramente scritta per davvero puntando su situazioni e intrecci. Mai lasciata a idee visive. Pedantemente affidata al solo Max Tortora (nel ruolo del servo astuto, un avvocato frustrato da quella vita ma poi anche terribilmente nel personaggio) la commedia che riempie questa commedia è una sequela di battute o interventi umoristici di Tortora, che ha proprio il mandato di alleggerire quel che lo stesso Fresi, di certo non un attore dal temperamento drammatico, non fa già. Alleggerire tutto, fino alla morte.

Molto più di queste idee non c’è. Una scrittura molto semplice e stringata crea delle elementari opposizioni, contrasti emotivi e personali molto scontati (una tenera ma furba contadinella di cui si innamora teneramente il re, il sesso che il padre imponeva che si scontra con l’amore che lui prova) che vengono più o meno risolti con stratagemmi che hanno il difetto di essere sia implausibili che poco divertenti.

Non è tanto l’ideologia passatista che c’è dietro, né la visione semplicistica della società (che in fondo possono anche passare) e non è nemmeno la povertà di idee una volta superata quella dello spunto. È proprio che Il Regno non ha nessuna voglia di fare del cinema in senso stretto, di immaginare qualcosa, di usare i mezzi del cinema per dire qualcosa, foss’anche solo una battuta, né di spiazzare. Ha solo voglia di arrivare alla sua fine senza intoppi.

Per gli amanti delle statistiche non manca la scena simbolo di questo grande sottogenere, quella in cui un cellulare viene spaccato (stavolta a martellate).

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