I due personaggi principali di J’Accuse (in italiano L’Ufficiale e La Spia), quelli che danno il titolo alla pellicola di Roman Polanski presentata oggi in anteprima mondiale al Festival di Venezia, non si conoscono davvero, si vedono un paio di volte e il film ci tiene a precisarlo. Non è la storia di una persona che salva o prova a salvarne un’altra questa, ma la storia di una persona che si batte per quello che è giusto, per un principio. Il principio è l’innocenza di uno e la colpevolezza di un altro, l’integrità dell’esercito e il concetto stesso di giustizia. Materia altissima in cui sarebbe facilissimo perdersi e nella quale invece Roman Polanski e Richard Harris (autore del romanzo da cui il film è tratto e co-sceneggiatore) dominano la narrazione tramite una forma impressionante di concentrazione e dedizione.

L’Ufficiale e La Spia è un film che fa sudare gli occhi dalla perizia. La ricostruzione dell’epoca ha un sapore vivissimo, non assomiglia alle solite ricostruzioni morte, materiale da museo in cui tutto sembra imbalsamato, riportato in vita artificialmente come uno zombi ripulito per il tempo delle riprese. Al contrario la Parigi di fine ‘800 di questo film è vivissima, con un tempaccio fastidioso e locali lerci, con strade umide, palazzi polverosi e inservienti fastidiosi. Un eterno scricchiolar di pavimenti in legno e un inferno di faldoni, incartamenti, dossier, fogli e fogliettini minuscoli, lettere e letterine più o meno segrete in cui c’è tutto il segreto della vita e dalla morte dei protagonisti.

Contrariamente a quel che aveva mostrato nell’ultimo decennio con Venere in Pelliccia, Quello che so di Lei e parzialmente con Carnage, qui Polanski torna ai livelli di L’Uomo nell’Ombra quanto a profondità di lavoro e ricercatezza nello stile (non a caso l’altro film scritto da Richard Harris). Nessun suono, nessun dettaglio visivo o idea di color correction appartiene a una library usata da qualcun altro altrove, L’Ufficiale e La Spia è un film a sé fondato sulla partecipazione e sulle cassettiere in legno, le scrivanie, le casseforti e gli schedari. C’è un instancabile desiderio di conoscere tutto degli ambienti che mette in scena, di partecipare all’indagine controllandone ogni passaggio, rivedendo le carte e confrontando le calligrafie assieme ai personaggi. Se non fosse Polanski potrebbe essere solo Michael Mann per ossessione verso come i personaggi fanno il loro lavoro.

Polanski si mette alla testa del pubblico e imprime il passo per una lunga marcia, non corre ma non si ferma nemmeno, sa esattamente a che velocità serve andare per godersi tutto e non annoiarsi mai. L’Ufficiale e La Spia ha un crescendo sapiente in cui gli stacchi tra sequenza e sequenza arrivano sempre un attimo prima di quanto non diresti a tagliare il superfluo. In questa storia è come se ad ogni cambio di scena qualcuno dicesse “Beh andiamo subito al dunque” senza però tutto ciò che sta intorno alla ricerca e serve ad inquadrarne l’importanza, come la vita del protagonista, il mondo antisemita dell’epoca, gli usi e i costumi dei militari e gli amori. Un film difficilissimo che viene completato con una facilità disarmante.

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