Al secondo tentativo Jurassic World è tutta un’altra musica. Pur seguendo un modello di film globale di cui è diventato l’apripista, operando lo spostamento dalla maniera in cui si pensavano film per tutto il mondo fino a qualche anno fa (usando attori da tutto il mondo e location da tutto il mondo) ad una più radicale (che usa location che non appartengono a nessuno, non solleva i personaggi dallo status di archetipi e opta per una struttura filmica ibrida tra cinema commerciale hollywoodiano e cinese), il secondo film del franchise dei dinosauri è decisamente concepito meglio, molto più a suo agio nel ruolo e padrone della situazione, marginalizza gli attori e il loro contributo ma esalta l’azione.

Sicuramente l’arrivo di Bayona alla regia al posto di Trevorrow (che rimane come sceneggiatore assieme al fidato Derek Connolly in un team molto più asciutto di prima) ha aiutato tantissimo. Reduce dal terribile Sette Minuti Dopo Mezzanotte qui Bayona torna sul suo terreno migliore e si concede di scimmiottare Steven Spielberg, riuscendo anche parzialmente nell’operazione. Movimenti di macchina rivelatori, montaggio interno ed establishing shot sono presi dal campionario del regista di Indiana Jones e curiosamente fanno somigliare questo film a quelli dell’archeologo più che a Jurassic Park. Ma anche la narrazione degli eventi è molto più asciutta e stringata, Il Regno Distrutto è un film che sa come non perdere tempo e cosa considerare essenziale.

Stavolta riesce pienamente l’impresa di distrarre gli spettatori dal fatto che stanno guardando un film concepito intorno ad alcune sequenze d’azione, perché queste sono ben collegate da una trama che è un lungo viaggio (via dall’isola verso un’altra meta), irto di difficoltà e assieme a dei dinosauri. Come nel cinema cinese migliore infatti le sequenze d’azione sono concepite benissimo, stupiscono, sono inventive, dense e colme di eventi ma mai pesanti e soprattutto non ripetitive (non vediamo mai due volte la stessa dinamica). Addirittura Bayona si concede il lusso di sconfinare apertamente nell’horror con il dinosauro che caratterizza questo film (ogni Jurassic movie ne ha uno iconico), un ibrido creato in laboratorio che per nome e tipologia ricorda un film di serie Z della Asylum.

Certo rimane un blockbuster tarato sul minimo comun denominatore, bassissimo negli intenti, elementare nei personaggi e infantile nei rapporti tra esseri umani (più che recitare agli attori chiede di avere carisma non ottenendone troppo), ma almeno è impeccabile nella resa! Inoltre, come a voler essere la quintessenza del film per tutto il pianeta, Jurassic World: Il Regno Distrutto si rifiuta di parlare di qualsiasi tema attuale per affrontare le sfide dell’umanità riguardo se stessa e il proprio futuro, affermandosi come un’opera che scavalca contingenze nazionali e culturali per raccontare questioni proprie della razza umana. Ci riesce, anche se ovviamente con la dovuta superficialità e l’obbligatorio manicheismo.

Avanti nella concezione produttiva, indietro nella scrittura ma pienamente nel suo tempo quanto a messa in scena, Jurassic World: Il Regno Distrutto è quel che doveva essere il suo predecessore, il vero lancio di un franchise dalle grandissime ambizioni sulla scia del modello narrativo di Il Pianeta Delle Scimmie.

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