L’IMMORTALE, DI MARCO D’AMORE – LA RECENSIONE

Ciro l’Immortale è l’unico personaggio di Gomorra – La Serie dotato di un potere evocativo tale da meritare una origin story. Questo non lo rende automaticamente il più interessante (l’interesse che proviamo dipende sempre dalle trame in cui sono coinvolti i personaggi e dalle contraddizioni di fronte alle quali sono posti), ma di certo quello con un passato più affascinante. Per questo il suo spin-off suona sensato, e quando all’inizio vediamo come a pochissimi mesi dalla nascita sopravviva al terremoto di Napoli, ritrovato sotto macerie piene di morti adulti mentre lui, in fasce, è vivo, la mitologia è potentissima. L’uomo destinato a non morire, mentre intorno a lui tutti quelli a cui tiene lo abbandonano o passano a miglior vita.

Intervallando presente e passato in un modo che acquista senso alla fine, la storia di L’Immortale prende le mosse dalla morte di Ciro nella serie, che ovviamente non era tale (ma del resto è la condanna del personaggio) per arrivare altrove, passando per la Lettonia (dove molti criminali parlano italiano bene), in cui sembra aver trovato un’altra vita. Lo stile del film ovviamente è quello di Gomorra al 90% (fa eccezione la colonna sonora), ha esattamente quella grammatica fatta di totali, establishing shot e lavoro sugli ambienti, quella color correction e quel modo di parlare allo spettatore. In questo senso è un esordio a metà per Marco D’Amore, che già era stato regista di due episodi della serie ma stavolta per la prima volta dirige un lungometraggio.

L’altra metà, quella più direttamente imputabile a lui, è fatta di tempi, modi e soprattutto di direzione degli attori. Ed è una metà molto vecchio stampo.

L’Immortale rispetto a Gomorra vive di un’enfasi maggiore sulle componenti melodrammatiche che sempre hanno questo tipo di storie (amori strappati, finiti, massacrati, interrotti, cercati e rimuginati). Se Gomorra quelle componenti le nasconde, cerca di mascherarle dietro la corsa degli eventi e soffocandoli di azione per fare in modo che sia lo spettatore a cercarli, questo film le enfatizza, le rende protagoniste, le allarga e le condisce di sguardi nel vuoto illuminati dalla luce del tramonto o dai neon della notte, primi piani silenti e uno stile meditabondo che non sempre è appropriato.

Ma quella stessa enfasi la si trova anche nelle sentenze che spesso pronunciano i personaggi, inquadrate e impostate con luci e stacchi di montaggio larghi che forniscono loro ulteriori peso e sostanza, là dove invece i film più moderni (anche italiani e più che altro di genere) cercano di essere asciutti, di lasciare che emergano spontanei e non tirati fuori ad arte come si sarebbe fatto una volta.

A furia di flashback di traumi, dolcezze sopite male e tragedie Ciro ne esce come un personaggio diverso. Non perché faccia qualcosa di differente (anzi è assolutamente coerente da quel punto vista) ma perché c’è un’altra cornice che motiva e spiega quelle azioni, che le inquadra in un’altra maniera e ci fa parteggiare con quello che diventa qui un eroe romantico e non più un gangster bastardo e odioso.

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