Come in un film Amblin, un bambino entra in un negozio di anticaglie cinesi e viene attirato dal suo misterioso proprietario e gestore, che sembra essere qualcosa di più di un negoziante.

La differenza tra gli anni ‘80 e oggi è che questo negozio non ha penombre, anfratti misteriosi e quello strano equilibrio tra il pauroso e l’attraente, l’oscuro e il promettente, è invece illuminato da chiare luci ed è molto rassicurante. Dalle mani del negoziante che stringe un Lego partirà una storia, quella della città di Ninjago (una specie di Shangai ipermoderna del mondo Lego), in cui 5 ragazzi combattono le minacce con dei mecha e poteri specifici che solo uno di loro, il figlio del grande cattivo, sembra non avere.

Il segreto dei film di Lego (ma prima ancora dei videogiochi Lego che hanno creato il tono poi portato al cinema) è un umorismo devastante e meta-qualsiasi cosa. Lego Ninjago – Il Film, nonostante non sia scritto da Lord e Miller (sono solo produttori qui) lo incorpora e lo prolunga, lo adatta alla teen story che sembra uscita da una serie animata per la tv (e infatti è così).
Come per le grandi serie animate nipponiche degli anni ‘70 e ‘80 anche qui tutto parte dall’esigenza di vendere giocattoli, ma la committenza potentissima non intacca lo svolgimento di un film che desidera fortemente essere originale e ci riesce, anche a scapito della fluidità del racconto.

È difficile definirlo un gran buon film LEGO Ninjago ma di certo è intrattenimento spensierato di grande qualità. Questo cartone che ne assembla tanti altri ha una libertà creativa rinfrescante, incorpora sequenza in live action, un “mostro” che in realtà viene dal mondo animale domestico e sembra non temere in nessun momento di essere incoerente, perché fa della presa in giro della propria natura (narrativa e commerciale) e della variazione su un tema ben preciso (il cartone per ragazzi con tutte le sue banalità) la sua missione.

Con 5 personaggi volutamente stereotipati LEGO Ninjago ribalta il tipico racconto da animazione televisiva cavalcandolo. Cercando di ottemperare in maniera eccessiva ai passaggi obbligati del proprio genere li esagera, li enfatizza e li snatura mentre con le battute e il calco le prende in giro. Lo si vede innanzitutto nella maniera in cui il grande cattivo non è cattivo ma sembra “interpretare” il cattivo.
A differenza della Dreamworks, che da sempre insegue un modello narrativo pixariano senza arrivare a quelle vette, la divisione d’animazione della Warner con i Lego sta creando un ibrido particolare, in cui il godimento dello spettatore non sta in un cuore sentimentale da scoprire dietro scorze di umorismo, ma in un gioco di rimandi meta che hanno il sapore della parodia tanto quanto quello della gag da Saturday Night Live.