Come in Sentieri Selvaggi, in Project Power un gruppo di persone con interessi differenti e atteggiamenti diversi verso la vita è in marcia per recuperare una ragazza finita in mano ai cattivi. I cattivi ovviamente non sono indiani, ma più genericamente criminali, e uno dei “searchers” ha un interesse personale, la ragazza è sua figlia. A dare un giro un po’ più forte a questa trama abbastanza risaputa è il fatto che i criminali in questione commerciano in pasticche di droga che danno un super potere a chi le prende. Ma solo per 5 minuti. Non si può prevedere che potere sarà e le conseguenze di questo potere rimangono sul fisico del drogato anche dopo l’effetto (se è il potere di generare fuoco la pelle poi rimane bruciata).

La ragazza rapita aveva qualcosa dentro di sé che serve alla produzione di questa droga. Il padre di lei pure ha una relazione particolare con queste droghe ed è successo qualcosa nel loro passato che li rende speciali. I due (padre e figlia) sono afroamericani. È un dettaglio che non suona per niente casuale in un momento in cui il cinema americano fa di tutto per esaltare il corpo nero (molto ma molto ma molto più di frequente della sua cultura), in tutta la sua potenza e la sua desiderabilità.
Chiude il gruppo un poliziotto bianco e così voglioso di prendere questi spacciatori di droghe mortali e potenzianti (oltre che così stufo di farsi sfuggire criminali temporaneamente super) da correre il rischio e prendersi anche lui le pasticche.

Non tutto gira in questo terzo film di Henry Joost e Ariel Schulman (già autori di altri film di genere da sceneggiature originali come Viral e Nerve), specie il ritmo. Alto nella parte iniziale, quella più divertente in cui tutto è da spiegare e scoprire, basso in quella centrale, in cui la detection dovrebbe farla da padrone e ugualmente basso nel finale ad alto tasso di esplosioni. Jamie Foxx e Joseph Gordon-Levitt nonostante un certo impegno sembrano non avere la voglia (o la possibilità) di creare davvero dei personaggi e si limitano ad interpretare le figure bidimensionali della sceneggiatura. Tutto così rimane molto limitato. Certo il film è corretto ma con questo spunto molto divertente e foriero di possibilità sembra fare davvero il minimo sindacale.

Ad Ariel & Schulman non si può certo dire che non conoscano l’azione e non sappiano come dirigerla. Tuttavia Project Power (come già Viral e Nerve) manca totalmente di appeal. Sa gettare bene le basi ma non è altrettanto bravo a trovare sempre un motivo per il quale, chiusa una sequenza, lo spettatore dovrebbe essere in attesa della successiva. Seguire il film è un atto di fede, o una continua attesa che una svolta lo faccia ingranare, strappandolo alla palude del consueto in cui invece sguazza fino alla fine.

Certo, l’idea dei super poteri come qualcosa di dannosissimo è interessante, ed è molto in linea con la parabola discendente che il nostro desiderio e il nostro apprezzamento per le figure cardine del comic-book movie sta prendendo. I supereroi sono passati da essere buoni a cattivi e ora anche i poteri stessi che hanno passano dall’essere un dono ad essere una maledizione, una mutazione terribile che in linea massima causa la morte. Ma così sembra più una tesi in storia recentissima del cinema che un film.