Lo scheletro di Quo Vadis, Aida? è semplice al massimo: in una trattativa da cui dipende la vita di centinaia di persone l’interprete tra le due parti ha tutte le informazioni e tra le centinaia deve disperatamente di salvare le 3 più importanti della sua vita, il marito e i due figli. Questa struttura è applicata al massacro di Srebrenica, fatto vero della guerra nella ex Jugoslavia, storiaccia mai sepolta che Jasmila Zbanic (bosniaca passata attraverso l’inferno di quella guerra) tratta con una messa in scena classica in tutto, per valorizzare due elementi su tutti: sceneggiatura e interpretazioni.
E funziona.

Quo Vadis, Aida? è un thriller dal ritmo altissimo in cui un esercito impotente (i caschi blu dell’ONU) è sottomesso da uno arrogante e strafottente, in cui i cattivi è sempre molto chiaro chi siano e le sfumature sono ridotte al minimo sindacale. Il film sa benissimo con chi vuole empatizzare e sa anche molto bene chi vuole condannare senza appello. Non è un cinema di guerra equidistante ma uno che condanna gli autori del massacro utilizzando una donna estranea a tutto, che si confronta con un esercito di uomini che non la aiutano e che ha come fine solo la salvezza dei suoi familiari, per muoversi con lei lungo tutto il perimetro e attraverso le trattative, le uccisioni e il terrore di morire.

C’è tutta la frustrazione del cinema italiano della liberazione, quella dei piccoli esseri umani in una grande società indifferente con problemi molto personali che sarebbe facile risolvere se solo qualcuno gli desse una mano, unita alla strafottenza della caratterizzazione a grana grossa (i cattivi cattivi che sghignazzano e i buoni con gli occhi azzurri che quasi piangono quando prendono decisioni terribili). Non è mai cosa buona ma qui serve bene il classicismo della messa in scena, che sembra quasi comandarlo. Soprattutto è tutto finalizzato ad un sottofinale sulle scale di un condominio in cui c’è riassunta in un’immagine la storia di tutti i dopoguerra e dopoguerra civile del mondo. Lì Jasmila Zbanic trova un nocciolo durissimo al proprio film per il quale vale la pena sacrificare la complessità.

Ovviamente in tutto questo a trionfare è lei, Jasna Duricic, l’attrice protagonista, un motore pazzesco, tutta nervi e rabbia che sa usare la calma per ottenere i suoi obiettivi. Implora, insulta, ha parole gentili e poi interpreta, corre, nasconde, stampa e sembra non farsi fermare da niente. Per esaltarla il film decide di dare una caratterizzazione molto più molle ai 3 uomini da salvare, due figli 20enni che pare non possano prendere una decisione e un marito molto moscio e inconsistente. Ma sono i suoi uomini e in quel mondo fatto solo di maschi, in cui le donne le vediamo tra i prigionieri, in cui i valori sbandierati sono quelli del dominio, della spacconeria, della forza bruta, Aida corre, trama, parla, mente e fa di tutto per loro.

Certo, Quo Vadis, Aida? vuole accattivarsi lo spettatore spesso con mezzucci da cinema d’olocausto (quando siamo tutti daccordo su chi sono i cattivi e ci va bene ritrarli come mostri senz’anima, anche a scapito della ragionevolezza del film), cerca a tutti i costi la lacrima quando gli serve e abusa della compassione. Ma bisogna esser ciechi per non vedere che equilibrio di sensibilità, in questo inferno di parzialità, riesca a trovare Jasna Duricic su quelle scale finali, dando senso a tutto un film.