Non c’è da meravigliarsi se quel che di buono Tau riesce a fare lo fa attraverso il design e le scenografie. Federico D’Alessandro, il regista di questo film originale Netflix, è uno scenografo di serie A (ha lavorato a buona parte dei film Marvel e ad altre chicche come Nel Paese Delle Creature Selvagge), qui al suo esordio nel lungo. La struttura dell’horror domestico, per giunta fantascientifico, è quindi perfetta per lui che nell’immaginazione degli spazi ha la sua abilità principale. In una casa futurissima, una donna è imprigionata, assieme ad altre persone, da uno scienziato aguzzino e dal suo sistema domotico, un’intelligenza artificiale chiamata Tau.

La ragione per cui sono imprigionati con la forza (una violenza molto moderata e ahimè fuoricampo) sono però dettagli marginali, il film è più interessato a mettere in pericolo la protagonista inizialmente e farla dialogare poi con Tau. Dopo una partenza con buona azione infatti il film tradisce i suoi presupposti e diventa un confronto a due, in cui si scopre che anche l’intelligenza artificiale (doppiata da Gary Oldman in originale) è prigioniera. Lo scienziato che tutto ha organizzato la tiene ignorante, non espande le sue conoscenze e la schiavizza minacciandola di cancellare parte della sua memoria se non esegue gli ordini (come in Westworld infatti anche qui la memoria è associata all’umanità).

Il problema di Tau quindi è la decisione di allontanarsi dal genere puro, dall’azione, dalla violenza e dalla minaccia, per virare quasi subito in un territorio spinosissimo che non manovra per niente bene, quello in cui l’intelligenza artificiale si apre ai sentimenti, momento che ha il suo fondo del barile quando Tau chiede cosa sia la risata. La voce profonda di Oldman associata a queste semplici affermazioni di banale umanità, ricordano un po’ l’episodio dei Simpson in cui la casa malvagia è doppiata da Pierce Brosnan, creando quello stesso effetto di ridicolo, senza però avere la capacità di saperne ridere.

Dovrebbe quindi essere uno slasher Tau, o almeno dovrebbe avere la capacità di trasformare quel che sappiamo dello slasher in un risveglio umano (da avvenire prima che la donna protagonista sia fatta a pezzi), l’evoluzione dell’arido computer in qualcosa di autonomo e libero, grazie alla sensibilità femminile e alla conoscenza, ma troppo forte è il richiamo del thriller e troppo debole è invece il companatico del dramma.

Un finale d’azione poi ci ricorderà quel che film non ha voluto essere e forse non sarebbe mai davvero riuscito ad essere, visto quanto male è stato scelto il contraltare malvagio, Ed Skrein, una faccia da bravo ragazzo incattivita da un look nerd che non è mai davvero credibile. Meglio allora il robot assassino che fa da guardiano alla magione, almeno lui regalerà un finale in stile Terminator (ma proprio all’acqua di rose) in cui il mostro meccanico di ferro insegue la donna spaventata.

 

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