Sembra di intravedere Twilight dietro le battaglie di vampiri glamour di Tokyo Vampire Hotel, un Twilight completamente rivisto e molto più folle, eccitato per davvero dalla vista del sangue, attratto dalla violenza invece che respinto, un Twilight che invece che allontanare il sesso sembra non pensare ad altro, anche quando non lo mostra e uno che per raccontare i vampiri fa un uso esagerato del sangue finto, ovunque. Ma forse il film che Sion Sono ha tratto dalla sua serie tv per Amazon non è la maniera migliore per fruire di Tokyo Vampire Hotel.

In 142 minuti ha riassunto le circa 7 ore della serie televisiva e la fatica si sente. Fatica sia di comprensione della trama, non tanto per l’intreccio ma proprio per la comprensione dei luoghi, dei ruoli dei personaggi, gli schieramenti e cosa succeda a chi, sia soprattutto fatica perché il montaggio scelto da Sion Sono è un immenso prolungamento di scontri e carneficine che esaurisce presto la spinta, relegando in un angolo i dettagli più clamorosi (come l’ubicazione dell’hotel in questione nelle viscere di un personaggio).
Eppure si intuisce subito, dalla prima bellissima scena (nel ristorante), che ci sia molto di più di quello che poi vedremo. Lì i tempi sono perfetti, la scansione, la suspense e il ritmo sono incredibili. E il fatto che i titoli di testa arrivino dopo 45 minuti è un colpo che sembra rivedere da capo il concetto di struttura. Invece quel che seguirà sarà troppo ripetitivo.

Rimane ovviamente un’idea visiva molto nipponica che opera le consuete fusioni di mitologie e look diversi (Romania + vampiri + pistole + interni kitsch + abiti da papponi + dark lolite + kimoni della tradizione giapponese + metal). La lotta di vampiri di diverse dinastie è uno scontro senza senso, che trae la sua vitalità proprio dall’esibizione della morte e dal suo annullamento (si muore e si ritorna senza troppi problemi). Non sembra quindi assurdo pensare che con dei tempi gestiti meglio, quel che in 142 è molto ripetitivo possa essere più digeribile in 7 ore, con tanto di altro in mezzo e magari molti più intrecci.

Lo si capisce bene nei passaggi in cui vediamo i genitori della protagonista, almeno quelli che lo erano nella sua vita precedente quando non sapeva di essere chi invece è. Lì c’è il Sion Sono di Himizu, lì c’è la violenza educata, il disprezzo e l’odio verso il Giappone dei padri e come nelle mura domestiche si culli una dolce violenza psicologica in golf e camicia. Come rende lui quel disprezzo generazionale nessuno. È subito evidente che quello è il Sion Sono migliore, quello ettolitri di sangue finto che ha a disposizione li usa e non ne abusa.