Dev’essere stato un abstract fantastico quello tramite il quale The Silent Man è stato approvato. L’idea alla base del film, lo spunto da cui parte, pare infatti più che adeguato: un dramma molto teso, tutto uffici, intercettazioni e intrighi politici, che racconti una storia vera, quella di Mark Felt ovvero Gola Profonda, l’informatore che fece uscire le informazioni determinanti riguardo lo scandalo Watergate, quelle che segnarono la fine prematura della presidenza Nixon.

Tutt’altra cosa purtroppo è la sceneggiatura che mescola malissimo gli ingredienti fondamentali e prende la decisione che meno sarebbe lecito aspettarsi. Basandosi sul libro co-scritto dallo stesso protagonista (che nel 2005 è venuto allo scoperto), Peter Landesman scrive un thriller senza suspense e un dramma in cui non sentiamo mai il dramma. Forse, con il senno di poi, non era l’idea migliore affidare qualcosa di così sofisticato e da giocarsi sul confine sottile tra legale e illegale, morale e amorale, personale e pubblico (Felt ha agito più per vendetta o per etica?) al regista di Zona d’Ombra e scrittore di La Regola Del Gioco.

In un lento crollo tutto in The Silent Man si sfalda. A partire dalla scansione di fatti ed eventi, sempre più difficile da sostenere se non si è già edotti dei fatti, non semplice da seguire e mai davvero scorrevole, per continuare con la recitazione, decente inizialmente, ma subito così ripetitiva e giocata sempre sugli stessi toni, le stesse espressioni e le continue ripetizioni dei medesimi sospiri da essere in breve dannosa, fino infine ai comprimari, mai approfonditi eppure portatori di momenti assurdamente e incomprensibilmente intensi.

The Silent Man, il cui titolo italiano appartiene alla categoria degli adattamenti che sostituiscono un titolo in inglese (Mark Felt: The Man Who Brought Down the White House) con uno diverso ma ugualmente inglese, è più vicino alla mascherata che al film in costume, più simile al tv movie di vecchia generazione per come è diretto e intenso. Somiglia a tratti addirittura alle riduzioni televisive italiane per come pretende che dare un peso ad una storia significhi appesantire la recitazione, infarcire i dialoghi di dettagli e rifuggire ogni forma di intrattenimento.