Time, la recensione | Roma 15

Ha tutto per commuovere Time, specialmente (come dice il titolo) un abile gioco con il tempo tra il passato dei video amatoriali digitali a bassa risoluzione e il presente del digitale ad alta qualità, entrambi in bianco e nero. Bassa e alta risoluzione si passano la palla nella storia tra la giovane e la vecchia Fox Rich, donna di indomito spirito, inesauribile energia e implacabili discorsi. È lei il motore inesauribile di questo documentario di Garrett Bradley che mentre viene proiettato alla Festa del cinema esordisce su Prime Video.

Fox Rich ha compiuto una rapina assieme al marito, entrambi sono finiti in carcere, lei è uscita prima. Molto prima. Avevano 2 figli, ne hanno poi avuti altri 2. Sola con 4 figli Fox Rich ha passato anni ad aspettare una revisione della sentenza e quindi un cambio di destino per il marito. Quella di Time è la storia di una persona colpevole, schiacciata dalla colpa e dalla punizione della società che però si è fatta strada, ha lavorato, ha allevato 4 maschi. Non è una storia di ghetti e droghe o di vortici criminali da cui non si esce. Time è una storia di rinascite, di una famiglia che paradossalmente ce l’ha fatta, tra mille difficoltà, a redimersi e che aspetta, aspetta, aspetta e aspetta che anche il padre esca di galera.

È esattamente in questo snodo (e in un tappeto musicale tanto originale quanto onnipresente e evocativo) che sta la sua illusione. Time con il bianco e nero luminoso e le inquadrature naturalistiche di uno spot Dolce & Gabbana, con la colonna sonora, con la forza pazzesca della sua protagonista illude lo spettatore di essere di fronte ad una storia di rivendicazioni e di animi indomiti che si battono. La sua forma grida ad ogni inquadratura un claim che parla di forza interiore davanti alle avversità. Garrett Bradley confeziona le riprese e monta tutto per convincerci che c’è di che piangere, ma in realtà, tolta la fanfara, non c’è granchè.

Nonostante la donna possieda una una carica tale da attirare ogni sguardo, per poi mantenerlo con un grandissimo eloquio, nonostante insomma sia impossibile non provare vicinanza, ammirazione ed empatia per lei, la sua è una non-storia (perché non evolve mai, è una fotografia di un momento messa a confronto con il passato) che trova senso sentimentale solo dal confronto con quello che era. Il non detto e non mostrato (gli anni trascorsi tra il prima e il dopo) formano nella nostra testa quello la commozione. Ma in realtà quel che vediamo, i convegni, i discorsi con i figli, le telefonate a vuoto e le grandi attese per il marito non hanno nessun potenziale drammaturgico.

Il corpo afroamericano incarcerato, liberato, rialzato e ora pieno di una dignità che si è guadagnato da sé, si staglia in bianco e nero su cieli nuvoli da western, è un’immagine tanto bella quanto vuota, riempita dalla musica e da quel che vogliamo vederci ma non c’è. È l’equivalente di una gran foto, evocativa di per sé ma dallo scarso potenziale narrativo. Time è una storia consolatoria di “afroamericani che ce l’hanno fatta”, non è emblematico di nulla, ma la parabola positiva e blanda di un nucleo familiare di evidente simpatia. Gli afroamericani che amiamo vedere, quelli che si conformano e si battono, ancora consci dell’opposizione alla società bianca ma mai aggressivi, di successo perché hanno smesso di avere quelle velleità imprenditoriali (il negozio) che li avevano portati al crimine.