TYLER RAKE, LA RECENSIONE

Tyler Rake è un duro vecchio stampo con abilità battagliere esagerate e fumettose (e non a caso, ora ci arriviamo) in un mondo ma soprattutto in un cinema moderni. Un soldato con un passato fatto di tragedie che continuano ad alimentare la sua voglia di morte (in una costante rincorsa della propria, come se se l’andasse a cercare), a cui viene assegnato un lavoro che implicherà una scelta etica. La scelta è molto facile, c’è un ragazzino da esfiltrare, è stato rapito e va ripreso, ad un certo punto lo vorranno tutti morto ma lui deciderà di fare di testa propria. E proprio perché la scelta pare molto facile (non ammazzare un ragazzino ma continuare la missione iniziale e cercare di salvarlo), il film si assicura di mostrarci inizialmente che la gang mafiosa che lo vuole morto mentre lancia bambini dal tetto dei palazzi per spaventare e costringere a parlare i loro soci. Gente cattiva scaricata con il camion proprio, volti da vicoli sporchi e un intreccio di politica, malavita indiana e militari non proprio limpidissimo, ma se non altro chi sono i cattivi e chi i buoni è ben chiaro.

Lo script è di Joe Russo (a partire da Ciudad, una graphic novel scritta con il fratello Anthony e Ande Parks), metà del duo responsabile della parte terminale dell’universo Marvel, il film invece è prodotto dallo stesso Russo e da Chris Hemsworth (cioè Thor) che recita anche nel ruolo protagonista, portando avanti quella parte della sua carriera che cerca di imporlo come star d’azione. Ma, visto il genere (quello che sempre di più si trova su Netflix direttamente, e infatti…), Tyler Rake è soprattutto un film di regia. E qui arriva il dettaglio più curioso: a dirigere è un esordiente, Sam Hargrave, che fino ad oggi è stato uno stuntman e poi stunt coordinator. Non è la prima volta, anche David Leitch (John Wick e Atomica Bionda) viene da quell’esperienza e non a caso i suoi film hanno un’azione molto nuova, sono gli unici in Occidente ad avvicinarsi a quel che Gareth Evans ha creato in The Raid.

Anche Sam Hargrave vuole tantissimo dirigere l’azione come in The Raid e The Raid II, e come quei film anche questo va in trasferta a trovare luoghi, posti, facce, marzialità, interni e colori completamente diversi. La location indiana è una delle cose migliori del film, dà modo ad Hargrave di concretizzare il desiderio di ambientare la storia in un altro mondo in cui ogni cosa è possibile e i pericoli sono infinitamente superiori rispetto al mondo reale. Il livello raggiunto dalla “sparatoria” (parola che pare un eufemismo rispetto a quel che accade) finale parla molto bene sia di quanto il film non sia esattamente a basso budget, che del desiderio di creare un’azione fortissima a livello micro (c’è un lunghissimo scontro del protagonista contro decine di soldati in cui la videocamera si muove con i personaggi scansando pugni e cercando di sopravvivere) e macro (nel finale ci sono elicotteri, bazooka, comparso, auto, esplosioni e cecchini come in una partita di PUBG).

Ed è di nuovo sorprendente il controllo che ha Hargrave, pur essendo al primo film. Vista la sua carriera passata stupisce meno che sia riuscito a raggiungere un livello di coreografie, chiarezza a movimento molto alto (per essere l’Occidente), ma è anche capace di comporre inquadrature e trovare una dimensione visiva originale e personale. Purtroppo però il film è debolissimo nel comparto della scrittura.
Tyler Rake unisce due tratti che dovrebbero essere sempre separati: è sia convenzionale che molto centrato sull’introspezione. Se The Raid ha una premessa chiara, convenzionale ma potente (“in quel palazzo c’è mio fratello e lo riprenderò”) di cui non parla mai se non all’inizio, qui troppo frequenti sono i rimuginamenti su fatti, eventi, personaggi e sentimenti così ordinari per il cinema, così ripetuti, visti e masticati dal cinema di mercenari, che sviliscono invece una componente visiva, di montaggio e dinamica che ormai fatichiamo a definire “nuova” (The Raid ha quasi 10 anni) ma senz’altro è “moderna” e in un certo senso di “nuova generazione”.

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