Poteva essere tranquillamente un B movie senza star e senza mordente come tantissimi altri, dotato del solito buono spunto perfetto per funzionare in un trailer e poi allungato a dismisura a furia di non-invenzioni, cioè scopiazzature e stereotipi. E invece Upgrade, al netto di una trama sempliciotta e non troppo originale, ha un tono fantastico e un design inventivo. Dietro, non a caso, c’è Jason Blum e la sua etichetta per film a micro-budget destinati a piattaforme diverse chiamata Tilt (cosa che fa ridere visto che la casa madre, la Blumhouse, è nota per i suoi budget già risicati).

In questa storia, che arriva al cinema solo poco dopo Venom, c’è un uomo comune reso paraplegico in seguito a un incidente che accetta di farsi impiantare un microchip nella corteccia cerebrale. Questo innesto fa sì che lui dialoghi con un’intelligenza artificiale dentro la sua testa che è in grado di fargli fare cose incredibili, di fatto lo potenzia e, come in un cinecomic, di colpo gli dona dei “poteri”. Ci sono due persone, due teste nel medesimo corpo, l’uomo e la macchina. Dialogano e spesso divergono, si convincono a vicenda e devono trovare obiettivi comuni. La macchina lo rende praticamente un supereroe, l’uomo cerca di capire cosa gli sia successo e chi abbia ucciso la sua ragazza nell’incidente.

A differenza del film Sony però Upgrade ha un feeling d’altri tempi, decisamente più spensierato, e nonostante una trama che sembra stringere con la tecnologia un rapporto simile a quello che stringeva il cinema degli anni ‘90 (più paura che minaccia), quanto a tono ricorda più il cinema anni ‘80 e i film in cui i nerd erano aiutati dai computer in avventure assurde. Upgrade a questo associa una grande efferatezza. L’intelligenza artificiale è violenta, spietata come è spietata una macchina dotata di un obiettivo, e Leigh Whannell si diverte moltissimo con la violenza.

Così, associando il tono fanciullesco al sangue e i corpi squartati, la storia si muove nel sottobosco criminale di un futuro prossimo, con un intreccio molto banale ma anche con la capacità davvero non comune di convincere del proprio conflitto tra umano e tecnologico.

Non ci sarà troppo da sorprendersi nel finale (anche se il film lo vorrebbe) ma il piccolo mondo di periferie e scarti umani in cui il protagonista cerca di scoprire chi gli ha rovinato la vita è forte come forte è la maniera in cui Whannell riprende l’azione, indugiando su tecniche a basso costo che rendono dinamiche coreografie non eccezionali. Tutto questo, associato all’ironia e all’inadeguatezza (né esagerata per non sconfinare nella commedia, né troppo trattenuta come sarebbe facile) creano un mix godibilissimo.

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