Un Robert Redford che corre, prima semplicemente come passatempo, jogging mattutino, poi perché braccato dalla polizia in mezzo al bosco, difficilmente lo vedremo ancora dopo The Company You Keep, sua ultima fatica sia da regista che da attore.

Sarà che alcuni uomini rimangono “sempre verdi”, ma forse stavolta l’uomo che sussurrava ai cavalli che di anni in realtà ne ha già 75 ha un po’ esagerato quanto a semplificazione anagrafiche, non fosse altro che nella storia appare anche come un novello padre di una ragazzina undicenne. Ok, non stiamo parlando ancora del film, ma certe volte l’apparenza conta per potersi appassionare davvero ad una storia e qui le apparenze sono tutte a discapito della credibilità del personaggio di Redford.

Il passato ritorna quando non lo si è seppellito come si deve e così accade ad un avvocato di Albany che si trova improvvisamente al centro dell’indagine di un giovane giornalista locale. E’ lui l’uomo che circa trent’anni fa ha sparato ad una guardia giurata durante una rapina in banca fatta da una banda di anarchici un tempo pacifisti anti guerra del Vietnam? Scappare e provare la sua innocenza diventa la sua grande missione, soprattutto per continuare a potersi prendere cura della sua piccola figlia a cui è morta la mamma solo un anno prima…

 

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“Se fossi vissuto trent’anni fa, un ragazzo in gamba e con del sale in zucca come te avrebbe aderito a quel movimento”. E per movimento si intende quello dei pacifisti. Così il personaggio di Redford si rivolge a quello di LaBoeuf dopo qualche minuto di film. Parlare alle coscienze di ognuno di noi cercando di risvegliarne l’impegno se non politico, quanto meno civile: è sempre attorno a questo tema che si sviluppano tutte le ultime pellicole di Redford e la morale purtroppo non manca neanche questa volta, nonostante la struttura da thriller della storia, basata sull’omonimo libro di Neil Gordon.

Levando la solita retorica, The Company You Keep risulta un buon film d’intrattenimento che tiene sulle spine quel tanto che basta a raggiungere i canonici cento minuti. Peccato che poi ce ne siano altri vent, per un totale di due ore,i che non servono a scoprire nulla di nuovo, ma solo a spiegare chi, cosa e come, tutto in maniera didascalica. Ci sono alcune incongruenze narrative (perché nel film si parla sempre di “trent’anni fa” se il Vietnam e il post Vietnam sono stati più di 40 anni fa?), ma la vera domanda che può assalire lo spettatore durante la visione è un’altra: ok che sono suoi amici, ma era proprio necessario ingaggiare attori come Richard Jenkins, Susan Sarandon, Anna Kendrick, Stanley Tucci, Nick Nolte, Julie Christie e Brendan Gleeson per dargli solo una o al massimo due battute?

Riguardo le performance degli attori, detto di un Redford che non ha più il physique du rôle per parti del genere, Shia LaBoeuf rimane insipido quanto basta da risultare anonimo, quasi come al solito verrebbe da dire. Passano gli anni, ma ad oggi la sua unica vera interpretazione di rilievo rimane Guida per riconoscere i tuoi santi. Non sarà un po’ pochino per un ex bambino prodigio?