Inizia come Una Separazione, Jusqu’a La Garde, con una piccola udienza e due tesi contrapposte, entrambe ragionevoli. Lei vuole l’affidamento totale dei figli perché sostiene che lui è un violento e gli stessi figli non vogliono vederlo; lui sostiene che non sia vero e di avere diritto a vederli. Il giudice gli darà ragione e qui comincia il vero film ma finiscono le analogie con il cinema iraniano contemporaneo. Perché Jusqu’a La Garde non vuole stare in equilibrio, né affermare che la realtà è impossibile (e forse inutile) da conoscere, ma anzi che esistono i mostri. In una situazione ordinaria, propria di molte famiglie, questo film francese inserisce la forma del cinema di genere per andare oltre i fatti e raccontare la tenacia, la resistenza e le reazioni umane in situazioni estreme.

Antoine, il padre, ha gli occhi piccoli e a mezz’asta di Robert Mitchum in La Morte Corre Sul Fiume, e già è un indizio. Come lui è un orco che rincorre i bambini (lo interpreta un grande Denis Menochet), un uomo bieco a cui non interessano i figli come dice, ma è solo ossessionato dalla donna che l’ha lasciato. Lui è il mostro da slasher che inquieta e infesta le vite dei protagonisti. Ogni uscita con il figlio è un momento di grande tensione, creata con un’abilità encomiabile tramite la recitazione. Xavier Legrand infatti tende a tenere gli attori tutti in campo quando vuole alzare la posta, usa poco i dettagli e i primi piani e invece preferisce che tutti gli agenti siano visibili, che il linguaggio reciproco del loro corpo possa influire nella scena al massimo livello. Il risultato sono sequenze che dilatano il tempo, durano pochi minuti ma hanno quell’aria pesante e difficile da sostenere dei momenti di reale tensione. Anche senza usare parole.

Questo regista al primo film dimostra una capacità non comune di sintesi, l’abilità che gli consente di andare dritto all’obiettivo e per giunta usando il minor numero possibile di scene. Xavier Legrand sa raccontare benissimo le complicate relazioni e le difficili decisioni tramite un dialogo, sa creare un’atmosfera particolare in cui le contraddizioni sono nell’aria, e lo sa fare tramite la recitazione. La scena della festa della figlia diciottenne, in cui si canta ma si è anche preoccupati, in cui qualcuno desidera solo essere sereno eppure tutti sanno che c’è l’orco ad incombere, non è soltanto un gran momento, lo è grazie a come Legrand lavora con gli attori lasciando che siano le loro reazioni a comunicare l’aria che si respira.
Il film purtroppo si chiuderà quasi sottotono tanto è buono il lavoro fatto in precedenza, con un filo di timore di rovinare tutto e rinunciando ad un finale ad effetto. Peccato. Sarebbe stata la ciliegina.