Inizia come un gran film A Star Is Born ma la sua freschezza si esaurisce ben presto.

Nella prima parte, in cui un cantante famosissimo entra in un bar a caso per bere, sente cantare una non professionista, se ne innamora professionalmente e non, passa con lei una nottata tra locali e supermercati come fossero adolescenti e infine crolla in hotel, tutto sembra in equilibrio perfetto tra l’intelligenza filmica e la buona scrittura classica. I personaggi si incontrano subito, prima ancora che noi possiamo capire qualcosa di loro (che carattere abbiano, cosa vogliano…) e quindi mentre si scoprono e si raccontano a vicenda si raccontano anche a noi. In buona sostanza li conosciamo senza sapere le loro reciproche intenzioni, e lo facciamo proprio mentre loro stessi si conoscono. Si presentano a noi mentre presentano gli uni agli altri, e tutto questo in un film che poi avrà molto a vedere con la gestione dell’immagine. Anche il primo vero momento di intimità sessuale non avrà le caratteristiche romantiche che sarebbe stato facile associare al colpo di fulmine, ma più quelle ruvide, poco coscienti, poco soddisfacenti e molto meccaniche del sesso occasionale. Una rarità nel cinema americano.

Tuttavia dopo la ricostruzione ispiratissima dell’incontro fortuito “tutto in una notte” il resto funziona molto meno e si perde anche l’intrigante ed evidente sbilanciamento nell’attrazione tra un volto e un corpo bellissimo e uno invece più che normale. Sulla trama solita dei mille film di cui A Star Is Born è l’ennesima rinarrazione, stavolta si incastra una storia di alcolismo country rock come in Crazy Heart e una di rapporti con i manager, carriere da rovinare o rovinate, immagini pubbliche e private, coerenza, talento ecc. ecc. Un film a misura di chi lo interpreta che parla molto più dei dilemmi di un attore o di un musicista di successo che dei sentimenti che animano le coppie.

Quella parte della loro storia che mantiene un po’ di fascino è quella romantica nel senso puro, cioè gli interventi di scrittura di Will Fetters (sceneggiatore di moltissimi film sentimentali di gran successo degli ultimi anni). Purtroppo però Bradley Cooper non ha l’agilità e la verve necessarie a dare personalità al film e i momenti migliori sembrano presi in prestito ad altri registi, come quando mette in scena la famiglia della sua protagonista ispirandosi a David O’Russell (ne copia l’affettuosa e caotica maniera di essere vicina e dannosa, amorevole ma anche controproducente).

In questa che progressivamente diventa una festa del cinema hollywoodiano corretto, convenzionale e innocuo, interessato alla parabola usuale e alle interpretazioni intense più che a trovare percorsi nuovi per colpire lo spettatore (o anche solo eseguire bene quelli soliti), l’esordio di Bradley Cooper alla regia viene aiutato dal metacinema portato da Lady Gaga che interpreta un personaggio prima un po’ Sheryl Crow, poi vicino a Mariah Carey degli anni ‘90 e infine passa per un breve momento-Beyoncé prima di diventare finalmente Lady Gaga (anche se chiaramente non con quel nome) e chiudere il film come fosse Whitney Houston (musicalmente parlando, si intende). Lei è sicuramente la cosa migliore del film, il suo volto poco canonico per Hollywood, la sua recitazione, il suo corpo mutante.

Troppo interessato alla recitazione e a trovare sempre modi diversi di mettere in risalto il lavoro di ogni attore invece di badare a ciò che è meglio per film, Cooper è molto goffo nel cercare di applicare il manuale del bravo regista, come quando vuole dare forza d un’espressione non mettendola in risalto ma ha così paura che poi davvero non sia notata che finisce per metterla in risalto lo stesso. Non sembra avere una grande padronanza del ritmo e nel finale non gestisce benissimo le dinamiche tra i due, perdendo la potenza che poteva avere. A Star Is Born finisce così per essere molto più la parabola hollywoodiana dei problemi di una star che la storia di due persone dall’affinità evidente che cercano di tenere duro in un mondo che fa di tutto per separarli.