Tutta la storia del western è la storia della fine del West, cioè dell’arrivo della civiltà in una terra selvaggia, della colonizzazione di quella parte dell’America e della lotta agli indiani. The Sisters Brothers si colloca in un momento in cui la civiltà sta arrivando nella forma di spazzolini da denti, lozioni e sogni di stabilità (oltre che della corsa all’oro), e i suoi protagonisti sono pistoleri che sognano una vita migliore, che vogliono smetterla con il lavoro per il Commodoro (uomo potente che li manda ad ammazzare chi gli serve di vedere morto), più un sicario che pure è allettato da una società migliore e meno violenta.

Su queste basi Audiard fa un western dai risvolti umoristici in cui la morte non è un evento clamoroso e in cui a regnare è il caso, le assurdità della vita e il caos. Praticamente un film dei fratelli Coen ma senza quella strana forma di distacco che i fratelli prendono quando filmano le loro storie di idioti che fanno idiozie in un mondo cretino. Qui Audiard è vicinissimo ai suoi personaggi e forse proprio per questo tutto suona così sbagliato in un western che non è tale ma vorrebbe esserlo, pieno di ampi paesaggi, cavalcate e momenti che vorrebbero far parte del genere mentre ne prendono le distanze.

Ovviamente non è questa posizione ambigua a condannarlo, di film che entrano ed escono dal genere, che si mettono a metà strada o che lo ibridano ne sono stati fatti molti e ottimi, è proprio l’assenza di una mano forte su un intreccio molto scemo che agita personaggi con cui è difficile empatizzare. Troppo ingenui a tratti, troppo cretini in altri, di colpo idealisti e poi solo ebeti di fronte alle svolte inattese del caso. Anime candide in un luogo che non lo consente.

Alla fine, privo dell’anima vera del West (cioè il confronto tra l’uomo e il paesaggio, la dimensione di vita selvaggia che lascia emergere la dirittura morale e la tenuta umana di fronte all’asperità) e alla ricerca di una forma di civiltà, The Sisters Brothers butta via anche il classico spunto delle storie di Audiard, cioè avere dei personaggi con alle spalle un passato di violenza che non riescono a vivere perché questo torna ad infestargli la vita. Stavolta è presente ma sembra non contare molto, e anche quella che pare una maledizione a sopravvivere ad ogni scontro di alcuni personaggi è finalizzata al più mieloso e incoerente dei finali.

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