All my Friends are Dead, la recensione
Senza testa nella scrittura ma istintivo, divertito, liberatorio e godurioso nel suo svolgimento, All my Friends are Dead sa ben cosa dire
Tutto parte dalla fine con uno spiegone (così, subito), due poliziotti arrivano sulla scena del crimine, una casa piena di ragazzi morti e uno spiega all’altro tutto quanto, noi lo vedremo in flashback. Era capodanno e questa grande festa con tanti invitati, incroci sentimentali e molta voglia di sesso, finirà malissimo. Polacchi che sembrano americani in tutto e per tutto, che ricalcano i loro atteggiamenti e che sono scritti per somigliare ai personaggi archetipi del cinema hollywoodiano ma che poi, sempre di più, prendono strade più estreme e arrivano a conseguenze più dure di quelle cui ci abitua il cinema americano. Sostanzialmente All my Friends are Dead comincia come una brutta copia e finisce più audace dei suoi modelli.
Urla, coiti, spari e poi, violenza, sangue come in un fumetto, una sequenza di musica ed elettrocuzioni così lunga da essere divertente e l’idea sempre strisciante che nessuno abbia un rapporto sano con il sesso, cioè consapevole e soddisfacente a prescindere dalle propria inclinazioni. Il sesso (represso, cercato, abusato ma anche solo immaginato) è quello che porta lentamente al disastro in All my Friends are Dead e un finale “in un’altra dimensione” si dimostra forse la trovata più intelligente per rimarcare che anche in un mondo migliore forse le cose non andrebbero diversamente una volta introdotta la variabile sessuale.
All my Friends are Dead vuole ridere tanto, vuole eccitarsi e far eccitare, vuole sorprendere, fare ribrezzo, pena e far arrabbiare (con il personaggio molto grossolano del ragazzo che consegna pizze). È pietoso quando tira le fila morali del tutto con una voce fuoricampo che tratta gli spettatori come bambini, ma è da applausi quando lavora di immagini e accosta sesso, morte, desiderio e perdizione (una visione di Gesù è uno dei momenti migliori), complessi, machismo, omofobia e inibizioni. In un film in cui dall’inizio (e dal titolo) sappiamo che moriranno tutti Jan Belcl riesce a non assumere nessuna posizione moralmente giudicante, anzi si diverte fino a che c’è da divertirsi e addirittura riesce anche a porsi le domande giuste!