American Gods 2x01, "House on the Rock": la recensione
La premiere di stagione di American Gods ne conferma il gusto visivo rutilante e barocco, perdendo però punti in termini di profondità
Chiariamo subito, a scanso di equivoci, che la puntata in questione è più che soddisfacente: manca forse della barocca poesia che aveva caratterizzato la prima stagione, e paga il prezzo di dover rimettere sul palco tutti i protagonisti per rinfrescare la memoria dello spettatore, ricordando inoltre a quale dei due principali schieramenti essi appartengano. Tuttavia, lo stile visivo mantiene un'assoluta coerenza con quanto apprezzato finora, seppur sostituendosi a tratti alla sostanza e diluendo le sequenze oltre il necessario.
Anche quando il ritmo rallenta sotto il peso dell'estetismo, il cast di American Gods rimane magnetico: il signor Nancy di Orlando Jones illumina la scena istantaneamente ogniqualvolta appare sullo schermo. Lo stesso vale per la conturbante Bilquis di Yetide Badaki, foriera di una gravitas regale nelle sue scene anche quando intenta al doppio gioco per Mr. World. Ricky Whittle continua ad impregnare Shadow con un avvincente senso di meraviglia e una crescente fede ora che è in grado di comprendere almeno in parte il piano di Wednesday; resta però una mera pedina in una scacchiera gigantesca, popolata di statue colossali e minacciose.
I fan del romanzo di Gaiman potrebbero essere contenti di scoprire che House on the Rock sembra essere molto più vicino alla versione dell'autore, piuttosto che seguire le deviazioni che Fuller e Green avevano concesso alla serie durante la prima stagione: le caleidoscopiche esplorazioni di Shadow e Wednesday della suggestiva Casa sulla Roccia del titolo attingono infatti a piene mani dal libro. Similmente a quanto visto nel primo arco di episodi, purtroppo, quando l'azione si sposta sulle macabre macchinazioni di Mr. World e dei suoi accoliti, la narrazione si ferma. Orfan di Gillian Anderson, i nuovi dei sono privi di un vero appeal, e la puntata risente di un calo d'attenzione ogni volta che si focalizza su Mr. World o su Technical Boy (Bruce Langley), qui relegato al ruolo di autista petulante.
L'impressione che si ha osservando questa premiere di stagione di American Gods è assimilabile a quella di un non del tutto riuscito prodotto del franchise Marvel o DC con delle più alte pretese teologiche. Seppur ancora visivamente interessante, non colma del tutto il vuoto che gli originali showrunner Fuller e Green hanno lasciato in termini di ambizione e volontà di correre rischi creativi. House on the Rock funge principalmente da reminder per ricordare al pubblico chi siano i protagonisti della serie e quali siano le loro alleanze nella guerra che verrà. Preghiamo che i futuri episodi riescano a riacquisire la magia primordiale che ha reso così attuale e magnetica la prima stagione.