Anna, la recensione
Partendo sempre dall'assunto che il corpo femminile è un'arma che chiede solo di essere innescata, Anna unisce due mitologie diverse sulle spie
Non è solo che rifà cinema altrui ma che lo ha compreso nelle sue componenti fondamentali e lo sa riassemblare.
Qui lei è una drogata che viene adocchiata dal KGB e trasformata in una spia, solo che noi lo scopriamo dopo diverse decine di minuti in cui il film ci ha fatto credere che sia una venditrice ambulante adocchiata da un’agenzia (chiamata Mega Agency!) e trasformata in modella. In realtà era sotto copertura e aveva fregato anche noi. Il film funziona tutto così, diversi piani e intrighi che non ci vengono detti fino a che non c’è un flashback e rivediamo gli stessi eventi da un altro punto di vista. Un continuo inganno allo spettatore per rendere il complicato mondo di doppi giochi tra CIA e KGB in cui Anna cerca di rimanere viva ed essere libera. A gestire lei c’è Helen Mirren, burocrate del KGB con occhialoni che si accende le sigarette con un accendino a forma di granata (perché Besson sa divertirsi).
Il film è scritto abbastanza male e ben poco voglioso di fare cinema di spionaggio preciso e credibile (che è un peccato perché proprio lo stupore per un grande intrigo credibile è quello che dà forza al genere) capace di attimi di introspezione riguardo i dilemmi della protagonista che per grossolaneria non stonerebbero in un film italiano ma ha il merito di creare una fusione tra due diverse mitologie del cinema di spie: quella classica, glamour, dell’agente supereroe, bellissima e letale, abilissima e intelligentissima che può tutto, e quella di le Carré, la spia burocrate una persona grigissima, resa algida da un lavoro disumano tutto di carteggi e amministrazione (gli occhialoni di Helen Mirren non possono non ricordare quelli di Gary Oldman in La spia).
Su tutto regna l’euroaction, la declinazione europea del film d’azione americano di cui Besson è grande interprete, con uno dei suoi momenti più tipici: l’inseguimento in auto contromano.