Antarctica Calling, la recensione | Locarno 76
Centrato su un viaggio verso il Polo Sud ma con così poco da dire da finire a parlare del suo documentarista, Antarctica Calling è uno strazio
La recensione di Antarctica Calling, il documentario di Luc Jacquet presentato fuori concorso al festival di Locarno
Jacquet torna tra i ghiacci, rispettoso della natura e portando con sé il medesimo vocabolario saggio di un capo indiano americano con una vita di contemplazione delle praterie alle spalle, e ci propone ora questo viaggio in cui lui è importante tanto quanto, se non di più, degli ambienti filmati. Le sue impressioni così raffinate e letterarie, la sua vita da documentarista (ma anche di più, da artista!), l’impervio viaggio e la meraviglia dell’estasi del ghiaccio, tremano di fronte al rigore delle sue parole e al fragore con il quale i suoi anacoluti sfondano piccoli iceberg insieme alla nave rompighiaccio. Raramente un documentario ha parlato così poco del suo soggetto e così tanto del suo autore, senza che il secondo avesse granché da dire.
Il rigore commerciale di La marcia dei pinguini è sostituito qui da un bianco e nero deciso con velleità di lirismo visivo che, nelle intenzioni del documentario, è una buona cifra visiva per raccontare l’animo duro di chi quel paesaggio lo sta attraversando e che non fa che mietere impressioni su impressioni, quando non racconta le difficoltà abissali che deve superare per giungere alla meta della sua ossessione. Un po’ artista, un po’ pirata; un po’ Jack London e un po’ The Clash con quel titolo internazionale Antarctica Calling (Ma chiama chi? Chiama lui, tanto per cambiare! Chi altro mai può essere “chiamato” dall’Antartico? Mica è una meta turistica!).
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