Assandira, la recensione | Venezia 77
Strutturato come noir ma pieno di variazioni, idee e sorprese, Assandira usa il genere per raccontare l'incidente che fa scontrare chi siamo con chi eravamo
Quel che è successo lo capiremo lungo tutto questo bellissimo quinto film di Salvatore Mereu che adatta l’omonimo romanzo di Giulio Angioni. Osservando un anziano pastore sardo, un uomo tradizionalista, granitico e di scarse parole, cedere sotto i colpi del desiderio, cedere a richieste a cui mai pensava avrebbe ceduto e far cose di cui non capisce nemmeno completamente il senso, fino a “scambiare l’ariete con la siringa”, come dice lui. Tutto orchestrato da una femme fatale fuori dai canoni, abbondante e rassicurante, invece che spigolosa e altera come capita di solito. Materna e accogliente invece che distante e algida ma soprattutto libera, consapevole della propria potenza sessuale e disposta ad utilizzarla.
Questa è solo l’aperitivo del godimento verso il quale Assandira trasporta. Perché Mereu a sovrappone alla storia un altro strato, uno che non sta nelle parole ma nel rapporto tra personaggi e paesaggi (che era quello che rendeva mostruosa la sua commedia precedente, Bellas Mariposas), fino a rendere la sensazione da folk tale che si stia sfrugugliando qualcosa di ancestrale, prendendo in giro la tradizione. Stanno giocando con il fuoco, con la testa di un uomo che è tutt’uno con quell’ambiente.
Fin qui arriva l’intreccio noir (il cui esito scopriamo non alla fine, ma a metà per poi gettarci ancora più a fondo nell’abisso di Costantino). Il vero colpo clamoroso di un film che ha la scorrevolezza del cinema italiano degli anni ‘50, animato dal contrasto tra ciò che siamo stati e ciò che stiamo diventando come il cinema degli anni ‘60, è la doppia faccia del suo protagonista: Gavino Ledda, istituzione della cultura e lingua sarda, autore di Padre Padrone (il romanzo). Eccezionale.