Astolfo, la recensione
Al quinto film Di Gregorio centra l'impresa più difficile della sua carriera, un film sul vivere insieme e su una forma di vitalità unica
La recensione di Astolfo, in uscita nelle sale dal 20 ottobre, presentato alla Festa del Cinema di Roma
Forse anche per questo nel grande processo di trasloco della commedia italiana in provincia questa gita fuori porta di Gianni Di Gregorio (uno degli ultimi rimasti in città) non sembra appartenere al trend, perché lo spostamento non è mai il punto, non è un rifiuto della modernità né un rifugiarsi in una vita più semplice. È un ritorno ai propri ricordi semmai e l’ennesimo ridimensionamento mesto. Astolfo usa come armi predilette la recitazione (spesso di attori non professionisti) e un gran gusto scenografico, e con queste rappresenta con meravigliosa naturalezza l’invincibile tendenza dell’uomo a vivere in branchi, a radunarsi in gruppi eterogenei dai quali ognuno trae forza anche nella mestizia. Come se le diversità dei singoli dessero più forza ad ognuno. Perché la verità, alla fine, è che Gianni Di Gregorio con il suo personaggio, tra film riusciti e film meno riusciti, ha creato un tipo umano che il cinema di solito non racconta, con il quale può dar vita a dinamiche e interazioni uniche, oltre proprio a rappresentare un mondo e un modo di stringere relazioni tra esseri umani che non esistono altrove ma di cui chiunque trova un pezzo dentro di sé.
Così in Astolfo uomini diversi, più o meno stimabili, più o meno pregevoli, di certo un po’ derelitti rispetto alle donne che hanno o hanno avuto (sempre più sistemate e benestanti) si rispecchiano in un palazzo decadente come loro e mettono in mostra una virilità da 4 soldi così calorosa da nascondere in sé il segreto di una rinascita per chiunque. A questo si aggiunge nella terza parte uno stranissimo alito vitale (anche grazie al confronto con il mortifero del prete dirimpetto, ben interpretato con movenze da Nosferatu). E così in questo film apparentemente arrendevole ma profondamente raffinato (incredibile come un finale abrupto aggiunga senso invece di sottrarne), dal contatto con gli altri nasce l’ultima cosa che era lecito aspettarsi: una grande vitalità per quanto dimessa e tutto sommato molto moderata, che è anche ricerca dei piaceri. Una forma di edonismo senile e signorile mai visto, un po’ goffo e ridicolo come impongono le commedie, ma vivo, indomito, insopprimibile.