Autumn Beat, la recensione
L'idea giusta con la realizzazione meno adatta diventa un film che uccide tutti i propri stimoli fino ad una terza parte assurda
La recensione di Autumn Beat, il film disponibile su Prime Video dal 10 Novembre
Autumn Beat racconta la storia giusta, nel posto giusto (Milano) con le intenzioni giuste. È esattamente quello che c’è da raccontare ora. I protagonisti sono tre amici, italiani di seconda generazione di inclinazioni e caratteri molto diversi. Li seguiamo da preadolescenti, quando esplode la passione per la musica, li seguiamo più grandi quando cercano di trasformare la passione in un lavoro con tutte le difficoltà del caso, le tensioni tra chi sta dietro e crea e chi sta davanti e ci mette la faccia (con di lato chi di fatto crea la musica) e poi tiriamo le fila di questo segmento generazionale in un presente che suona come un futuro.
Se la storia è quella giusta il problema è come è messa su schermo da una regia non sa gestire il ritmo. Non è solo questione di non annoiare e sapere correre bene, ma anche di dosare tempi e lunghezze in modo che il racconto sia piacevole, si dilati quando deve e contragga quando serve. Invece a partire da come sono recitati i dialoghi tutto sottrae interesse e drena stimoli. Non solo il cast è scelto con pochissimo riguardo per la capacità di recitare (a tutte le età i protagonisti sono pessimi e non possono nemmeno essere aiutati da una regia che li sappia dirigere) ma anche la concezione di tutti i personaggi inclusi i secondari non riesce mai a trovare quella credibilità che invece, è chiaro, dovrebbe proprio essere il punto di tutto! Autumn Beat è un film che ha un senso proprio perché viene dallo stesso ambiente che racconta, è impensabile che suoni così falso. Con i bambini che mettono tutti la mano a pistola verso il basso artificiosamente e con una produzione che tradisce una partenza non proprio dal basso.