Beckett, la recensione - Locarno74
Con un sottile feeling da cinema europeo d'esportazione degli anni '90, Beckett cerca di unire azione all'americana con un sentire europeo
Con un inizio intimo, pieno di questioni in sospeso, colpe e illustrazione dei caratteri dei due amanti protagonisti, Beckett prova con una certa forza a stabilire delle premesse più approfondite del solito, più europee, per quella che invece sarà una storia che si muove dentro lo scheletro di un genere (e sotto-genere) altamente codificati. È il cinema di americani come tanti soli e nei guai in Europa. È Frantic (nei suoi momenti migliori).
Il Beckett del titolo è un programmatore in vacanza in Grecia con la fidanzata, che in un incidente d’auto vede per un attimo qualcosa che non doveva vedere e ha la sventurata idea di raccontarlo alla polizia, la quale è coinvolta nella questione e tenta di ucciderlo. Non ci riesce, e così inizia la caccia.
La Grecia però non è solo un posto con una lingua (e dei caratteri) che Beckett non comprende minimamente, è anche un paese in tumulto, uno in cui le sanzioni dell’Unione Europea hanno creato sacche di resistenza che lottano contro il governo e i partiti dell’estrema destra, tutto verso una grande manifestazione che sta per avere luogo.
John David Washington, appesantito rispetto a Tenet e spaesatissimo (lui che era così cool e in controllo in BlackKklansman), è perfetto. Non vuole avere niente del carisma da eroico uomo comune che Harrison Ford portava a Parigi per Polanski, ma anzi una certa bifolca grossolaneria che serve lo scopo di un film decisamente meno patinato di quello. Il suo corpo subisce di tutto e accumula segni di dolore, sangue e fatica, suggerendo così l’idea che quest’avventura in cui è entrato suo malgrado per un incidente di cui è colpevole, è quasi un percorso di purificazione che deve subire, un martirio che non può evitare ma quasi sente di meritare. Non è chissà quale lettura, ma fornisce un certo fascino che compensa la grossolana scrittura dei villain, le loro motivazioni scombinate e la maniera in cui tutto il sottotesto politico viene dipinto a grandi (grandissime) linee.
Musiche (sorprendentemente) ordinarie di Ryuichi Sakamoto.