[Berlinale 2015] Chorus, la recensione
Impeccabile e preciso nello stile con cui affronta la storia di perdita e consolazione, Chorus manca di reale emotività e rimane sempre troppo distante
Come nell'ultimo film di Wim Wenders (Every thing will be fine) anche qui il tempo non cura ogni ferita, anzi le fa macerare, e il suo scorrere (negato, perchè saltiamo direttamente ad "anni dopo la scomparsa"), non ha cambiato nulla. Chorus cerca di mettere i personaggi a contatto con il dolore più puro, vuole guardare cosa succede alle persone e studiarle mentre si forzano ad affrontare quello che già sanno li massacrerà. In questo il bianco e nero aiuta molto, crea un mondo rarefatto e impossibile, un luogo di eterno struggimento che non somiglia al nostro, a quello reale, uno in cui le opposizioni logiche in cui i due vivono sono ancora più acuite.
Tutto perfetto e inattaccabile ma anche molto distante dalla ruvida sapidità del cinema della perdita.
Quando arriverà questo grande confronto e i genitori saranno davanti ai video che gli spettatori vedono all'inizio del film o quando dovranno incontrare un vecchio amico del figlio, saranno costretti ad uscire dal loro isolamento e affrontare la tragedia. A quel punto qualcosa si smuove ma forse è troppo tardi per gli spettatori.