[Berlinale 2015] Knight of cups, la recensione
Logica prosecuzione dei due film precedenti Knight of cups allarga il discorso alla ricerca della spiritualità e all'insoddisfazione personale. Cinema unico
Lo stile di Malick è mutato molto nei 20 anni di iato creativo, quando è tornato con La sottile linea rossa non era più quello di I giorni del cielo, era più radicale nella maniera in cui racconta le sue storie. Già nei primi due film dal ritorno ha cominciato a raccontare sempre meno e con gli ultimi tre lungometraggi, realizzati a breve distanza gli uni dagli altri (considerati i suoi tempi), è arrivato a distruggere il racconto canonico.
Ci sono delle opposizioni logiche in queste "storie": la grazia e la bestialità di The tree of life; la passione e l'amore di To the wonder; il desiderio di essere qualcosa di diverso, di più e la difficoltà nel mettere in pratica tali propositi in Knight of cups. L'aspirazione dell'attore Christian Bale è quella di staccarsi dalla superficialità della quale si è ampiamente stufato e che vive come una cappa, ci prova con diverse storie d'amore, ma le diverse donne della sua vita sono tutti tentativi di migliorare che falliscono. La ragazza, Imogen Poots, l'infermiera adulta e più matura (intellettualmente) di lui, Cate Blanchett, la delicata donna di un altro, Natalie Portman, e poi alla fine una bionda eterea che non vediamo mai bene in volto.
Tutto è narrato con la consueta decostruzione temporale. Non c'è uno scorrere lineare dei fatti, solo alcune fasi che portano il nome delle carte dei tarocchi, momenti che le immagini montano uno accanto all'altro momenti tra presente e infanzia del protagonista. Nemmeno le diverse storie è detto che si siano susseguite come le vediamo. Non c'è più nessuna logica tradizionale, solo una ricerca guidata dalle voci fuoricampo.
In più c'è Los Angeles, non più luoghi naturali ma la città, l'asfalto delle sue superstrade, il terrore dei terremoti, la lussuria delle feste e le tentazioni della metropoli che oscura quello che sarebbe stato un paesaggio naturale ("Che tutto sia possibile lo si capisce dalle palme" viene detto ad un certo punto).
È un cinema molto complesso e di un'ambizione sconfinata, quasi commovente nel suo voler realmente tentare di colmare lo spazio che esiste tra ogni singolo spettatore e la sua spiritualità, l'affermazione dell'evidente esistenza di qualcosa di più del terreno, a cui Malick crede o semplicemente si rifiuta di non credere.
