[Berlinale 2016] Ave, Cesare!, la recensione
Episodico, poco amalgamato e più forte nella teoria che poi nella pratica, Ave, Cesare! è una delusione illustre
Vive quindi di episodi Ave, Cesare!, mescolati e intricati ma pur sempre episodi, collegati da tra loro proprio da Eddie. Episodi legati a diversi attori e legati a diverse produzioni della Capitol film, ognuna di un genere diverso.
Il cinema è un circo. Viene detto spesso nel film ed è la metafora più abusata di tutte ma in Ave, Cesare! lo è davvero, la grande dote del film è di creare un ambiente fantastico in cui il produttore è l’impresario e tutti gli attori di questa fabbrica a getto continuo di scene e ciak, sono in realtà fenomeni da baraccone: la donna sirena, il funambolo a cavallo ma anche la star con talmente tanto carisma che incanta chiunque in un fantastico discorso finale, così coinvolgente, commovente e trascinante da diventare esilarante quando per un inezia viene interrotto, svelandone la natura artificiosa di battuta scritta da qualcun altro, semplice ciak da ripetere e al tempo stesso magia studiata a tavolino.
È vero che in quest’ultimo film dei Coen c’è un senso del mestiere del cinema, del produrre finzione con cinismo per soldi, del trasformare idioti in stelle, del realizzare oro dallo schifo, cioè da uomini e donne pessime, e tutto attraverso la tecnica, l’industria, la catena di montaggio: in una parola “il sistema” superiore agli uomini, anche ai comunisti che complottano contro di esso. Eppure, per quanto suoni strano e contraddittorio scriverlo solo qui nel rintano delle ultime righe, questo è anche uno dei film più sciapi dei fratelli Coen. Una commedia che non diverte, un film sofisticato che lo è molto di più nelle sue premesse e implicazioni che nella realtà dello svolgimento, per giunta montato a ritmo blando.