[Berlinale 2018] Profile, la recensione
Con Profile il regista russo di kolossal sragionati ma dall'ambizione smodata cambia registro, cambia forma e nonostante l'ingenuità trova la dimensione giusta per una storia poco raccontata
Tutto infatti è fatto in screencasting, tecnica di messa in scena che esiste da alcuni anni e che prevede che tutto ciò che si vede siano schermate di computer, senza il controcampo girato nel mondo reale. Questa è una storia ambientata lì, nei computer. Quando dialogano su Skype vediamo gli attori in volto, la colonna sonora sono le canzoni fatte partire o messe in pausa sul computer, il montaggio è dato dalle finestre che si aprono e si chiudono, dalle immagini o dalle conversazioni testuali che vanno avanti in parallelo a quelle via Skype. Tutto è narrato in “flashback” perché vediamo un mouse aprire una directory e pescare delle registrazioni in ordine cronologico, una ad una ci svelano cos’è successo. Ogni registrazione è un evento, una giornata, una conversazione tra la protagonista e il suo spasimante che cerca di reclutarla, o con il giornale con cui contratta l’articolo.
Che tutto ciò arrivi dal regista più barocco dei nostri anni è sorprendente, e per chi conosce altri film fatti in screencasting non sorprenderà sapere che è lo screencasting più denso mai visto. Ma è anche un trionfo di intelligenza registica, montaggio interno spesso sorprendente e applicazione delle grandi regole del cinema commerciale ad una storia vera e una forma inedita. Alle volte finisce una conversazione, viene chiusa una finestra e vediamo così comparire quella che le stava dietro in cui c’è un contenuto che interagisce nella nostra testa con quel che abbiamo appena visto. Cioè il montaggio.
Si possono insomma riconoscere tutte le tecniche note del cinema “tradotte” nel mondo del computer (diversi profili aperti danno l’idea di una crescente dissociazione mentale, messaggi scritti e cancellati prima di essere inviati di un’indecisione sentimentale e la comparsa a sorpresa di una musica lasciata accesa fa saltare il pubblico), forse anche per questo verso la fine emerge la sbrigatività tipica con cui Bekmambetov presenta le svolte, sempre ansioso del risultato e mai disposto a costruirlo con calma, e quindi alla fine un po’ ingenuo. Questa è però l’unica pecca di un film che senza sfociare mai nell’autoriale puro sperimenta con una certa verve le maniere in cui raccontare fatti veri che avvengono tra il nostro mondo e internet e dà ad una storia la forma che le calza meglio.