Birds of Prey (e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn), la recensione
Pensato come una caramella zuccherosa Birds Of Prey tiene fede al suo personaggio fino a che non è costretto a tirare le proprie fila
Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn, di Cathy Yan: la recensione
La vera vincitrice di Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn è lei, Margot Robbie, protagonista e produttrice, attrice sveglia come poche altre e capace di lavorare a livelli altissimi dentro il mondo dei blockbuster. Invece di interpretare una maschera, cioè un personaggio disegnato altrove, ne disegna una versione tutta sua, di fatto crea una svampita omicida che è unica.
Questo non si può dire del film, almeno non per tutta la sua durata. Se all’inizio, nella parte più libera e priva di incombenze, Birds of Prey sembra avere una sua vera personalità, più avanza più la perde prendendo carattere in prestito ovunque. C’è una sequenza di backstory simile a quella di O-Ren Ishii di Kill Bill, c’è un’apprezzabile scazzottata in una casa dei clown che cerca di rimettere in scena in forma moderna le risse di massa della serie tv anni ‘60 di Batman (come scenografie e uso di costumi e luci) e poi ancora c’è il feeling di quartiere sperimentato dalla Marvel televisiva... senza dimenticare i Looney Tunes come ispirazione dichiarata. È un collage che per quanto manchi di autonomia indubbiamente funziona e intrattiene almeno fino a che non arriva il finale.
La Warner conferma di aver trovato la chiave migliore per musicare i suoi cinecomicQuando si avvicinerà alla chiusa, infatti, Birds of Prey si sentirà in dovere di tornare "normale", di fare il lavoro dei cinecomic, chiudendo con ordine e non mancando nemmeno una delle scene classiche del genere. Non ci sarebbe niente di male se non si dimostrasse in questo abbastanza maldestro e grossolano.
Non è insomma difficile divertirsi con questa caramella superzuccherosa, condotta con piacere e personalità da Margot Robbie. Certo avrebbe beneficiato di un villain meno scialbo di quello affidato a Ewan McGregor, pensato per non mettere in ombra la protagonista ma poi incapace di ritagliarsi un suo carisma a evidente discapito del film.
Di certo nessuno potrà avere dubbi sulla morale chiara, diretta e granitica del film: il maschio dominante va menato. In quella che sembra la fiera del calcio nei testicoli sono sempre gli uomini a prendere gli schiaffoni e tutte le parti più violente e gore sono riservate a loro. Un trionfo di corpi massacrati, presi a calci, fatti esplodere con gioia e soddisfazione.