Non c'è Bisogno di Presentazioni - Con David Letterman 1x01, la recensione
La nostra recensione del primo episodio di Non c'è Bisogno di Presentazioni, lo show di David Letterman su Netflix
“Nel mio precedente lavoro quando mi dicevano che qualcosa era urgente lo era davvero, il messaggio era che andasse fatto entro mezz’ora, altrimenti qualcuno moriva” dice scherzando Obama quando racconta di come il suo editore gli abbia detto che dovevano davvero sbrigarsi con il suo libro e serviva subito un appuntamento per prendere le decisioni fondamentali, ma quando gli ha dato disponibilità anche per il giorno stesso quello gli ha risposto che non era possibile incontrarsi prima di 2 settimane.
Tanto che alla fine, in quello che appare un momento concordato e mal incastrato con il resto della conversazione (solo uno dei molti esempi di come sia stata preparata la trasmissione e quanto tutto sia andato male quando non era affidato direttamente all’ospite) spiega anche quale sia la sua prossima impresa, cosa abbia deciso che può davvero fare al meglio ora che ha finito con la presidenza. Si tratta di un centro per la formazione delle prossime generazione di politici: “Ispirare e insegnare il cambiamento”. Un reduce che si rimbocca le maniche per migliorare il futuro della politica.
Un momento di fenomenale storicizzazione del passatoTutti i miti ci appaiono più splendenti quando finalmente diventano tali a tutti gli effetti, quando hanno superato la contingenza presente, non sono più al centro del discorso e la loro “prestazione” oppure proprio la loro vita è alle nostre spalle. Giocatori che si ritirano, attori che non recitano più, illustri defunti e Barack Obama. Il presidente del cambiamento che per 8 anni ha gestito l’ex prima potenza e l’attuale democrazia più avanzata del pianeta, appare oggi più decisivo nel mandato ormai finito da un anno di quando era in carica. Le sue sconfitte e le molte ombre della sua presidenza (l’affare Snowden, le intercettazioni dei politici di tutto il mondo, la maniera in cui ha gestito Assange e via dicendo) evaporano di fronte al mito e alla sua immagine.
Nonostante tutto questo, nonostante la prima e più decisiva apparizione dell’ex presidente, in tutta franchezza Non C’è Bisogno di Presentazioni non si può davvero definire uno show. La nuova avventura di Letterman in 6 puntate a cadenza mensile (!) su Netflix è una conversazione su un palco, brevemente introdotta da Letterman stesso a un pubblico che, almeno per la prima puntata, non era a conoscenza di chi sarebbe stato l’ospite.

Invece che essere il trionfo della concentrazione sul talk in “talk show”, Non C’è Bisogno di Presentazioni è un taglia e cuci di momenti di una conversazione, un montaggio che in più di un momento rivela la sua natura staccando brutalmente un segmento per passare a quello successivo. Addirittura l’incontro non sembra nemmeno eccessivamente preparato da parte di Letterman, che spesso ondeggia senza una direzione chiara o una drammaturgia interna, ogni volta rimesso in sesto dalle parole e dalla chiarezza dell’ospite.
Questo non leva che, come prevedibile, si tratti di un’ora più che godibile. Barack Obama era un ospite interessante e spiritoso quando era presidente degli Stati Uniti e non può che esserlo ancora di più ora che è un po’ più libero di parlare. Ma l’impressione è che si potesse davvero fare più che riprendere e montare malamente. Davvero non sembra possibile che i momenti migliori siano affidati alla buona predisposizione dell’ospite e non alla capacità del conduttore di oliare la conversazione. Non è possibile che sia il fiume di idee, pensieri e considerazioni molto interessanti che l’ospite ha a salvare la serata e non la capacità di chi conduce di estrarre da lui qualcosa di unico, di creare uno show che abbia la propria impronta.